Cronaca

La camicia di forza della convalle

Il capoluogo è ormai una città dormiente Ambizione la parola d’ordine necessaria I motivi del fallimento dell’operazione ticosa
Como «città dormiente». E, in non poche circostanze, anche «dolente». Pronta cioè a piangersi addosso senza alcun pudore.
L’opinione di Gianstefano Buzzi, storico dirigente del Pci lariano e voce critica di una sinistra in cerca di identità, è tagliente. Riprendendo un’immagine del sociologo Mauro Magatti – studioso tra i più noti oggi in Italia – che aveva parlato, descrivendo il capoluogo lariano, di una «bella addormentata», Buzzi tenta di risalire alle cause del sonno profondo che ha avvolto Como. Attribuendole in buona parte a «una classe dirigente, non solo politica, che ha mostrato di essere alle corde».
In primo luogo, dice l’ex segretario del Pci, «la città è dormiente in quanto adagiata comodamente sul proprio benessere. Siamo sempre stati punta avanzata del sistema capitalistico lombardo e continuiamo a esserlo. Basti pensare all’innovazione del tessile e del legno arredo, che ha portato molte aziende fuori dalla crisi. Ma rispetto agli anni ’70, questa diffusa ricchezza non ha creato capacità sinergiche tra pubblico e privato».
Le istituzioni sono appiattite su sé stesse, dice Buzzi. Rappresentano interessi sfilacciati. «Non interagiscono con il tessuto vivo della economia del territorio». Un esempio su tutti: «È mai possibile dividere le persone sul sì o no al monumento di Libeskind invece di chiedere alla stessa archistar americana un aiuto a ridisegnare la città e le sue connessioni con l’area metropolitana?». La parola che l’ex dirigente del Pci usa è «miopia». Incapacità di ragionare sui cambi di paradigma.
«Quando, a metà degli anni ’70, si mise in moto il processo di deindustrializzazione, noi ci demmo subito una strategia. Fummo obbligati a ragionare sul futuro di Como ma nessuno si tirò indietro».
Su questi presupposti «si basò il ridisegno di Como in funzione del terziario avanzato e la riqualificazione delle aree dismesse. L’acquisto della Ticosa non aveva caratteristiche di conservazione ma di potenziale espansione in settori nuovi».
Il fallimento di quella operazione è però già storia. «Accadde per un motivo semplice, che è poi la damnatio di Como: la visione chiusa della Convalle. La città viene sempre rappresentata con il suo quadrilatero romano. Dentro confini ristretti. La Convalle è una camicia di forza dalla quale è difficile liberarsi».
Oggi, aggiunge Buzzi, serve soprattutto «ambizione. Bisogna guardare lontano. Integrarsi con l’area metropolitana superando la sindrome di Calimero nei confronti di Milano».
A Como, conclude l’ex segretario del Pci, «servirebbe una Leopolda. Un luogo in cui mettere insieme associazioni e cittadini, istituzioni e centri di ricerca. Quella che Magatti definisce agorà. Mettiamo la città al centro dei nostri discorsi. Con coraggio e fantasia».

Nella foto:
La visione chiusa della Convalle è sempre stata un limite per Como
17 ottobre 2014

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