Cronaca

La carezza al figlio: «Non è violento»

L’omicidio della pista ciclabile Ieri seconda udienza davanti alla Corte d’Assise
Toccante la testimonianza della madre dell’imputato
(m.pv.) «Franco non è mai stato un violento». Conclude così la sua testimonianza in aula la madre di Franco Cerfoglio, il pescatore 39enne di Domaso accusato dell’omicidio di Alfredo Sandrini, 40enne di Sorico. E mentre la mamma parla e ricorda di quei giorni di inizio anno in cui avvenne il delitto, quando era andata dalla «figlia a Calco per accudire il nipotino» e venne a sapere dell’omicidio «solo dalla televisione», l’imputato in gabbia piange. Poi, alla fine della deposizione, ferma la donna, le sussurra un «grazie mamma», ricevendo in cambio una carezza. Gesto che non lascia indifferenti, anche se tra i due ci sono a dividere quelle orrende sbarre gialle.
È stato questo il momento più drammatico dell’udienza di ieri di fronte alla Corte d’Assise.
La parola è passata ai testi della difesa chiamati dall’avvocato Pietro Bassi. E l’attenzione è stata tutta per la madre dell’imputato. «Non conoscevo Sandrini – ha detto la donna – Sapevo che era un “socio” di mio figlio, ma per socio non intendo in affari ma un compagno di bevute al bar. Franco mi disse che l’aveva picchiato due o tre giorni prima di Natale. Ma mi disse anche che aveva ragione Sandrini perché gli spettavano dei soldi che non gli aveva ancora dato. Mi disse di non preoccuparmi perché si sarebbe messo a posto. Non era arrabbiato».
C’è poi il capitolo delle munizioni in casa. «Mio marito era un cacciatore, mio suocero era un cacciatore – ha spiegato la donna – In casa avevamo cartucce da ogni parte, ne avevo anche nella macchina da cucire. Ancora oggi c’è un armadio che era di mio marito e che da quando è morto non ho ancora aperto. Ce ne saranno anche lì».
Le armi, però, no: «Quelle le abbiamo portate tutte dai carabinieri». Poi la chiosa prima di alzarsi, accarezzare il figlio e uscire: «Franco non è un violento, non lo è mai stato».
In aula sono sfilati anche i soccorritori e i primi che accorsero sul luogo del delitto, lungo la pista ciclabile tra Domaso e Gera. «Sandrini mi disse di avvicinarmi. Io chiamai i soccorsi dal balcone di casa», ha raccontato la signora che per prima diede l’allarme dopo aver visto l’uomo a terra. «Ci disse che gli avevano sparato», ha raccontato un uomo della Croce rossa. Infine il responsabile del Pronto Soccorso di Gravedona: «Disse di aver sentito botti come petardi. Poi ebbe paura e scappò. Ci disse anche di aver sentito passi alle spalle subito dopo gli spari». La difesa ha infine tentato di portare il discorso su eventuali piste alternative. Sandrini infatti doveva testimoniare ad un processo per contrabbando di tabacchi. Poi è emerso come avesse anche litigato con un uomo per una donna conosciuta in un night. Infine c’era la questione di una pistola contesa e mai restituita, sempre da Sandrini, a un tal “rana”. Tutte persone che potrebbero aver avuto motivi di risentimento nei confronti della vittima. Ora rimane da capire come questi tasselli verranno inseriti dalla difesa di Cerfoglio in una ricostruzione alternativa di quanto avvenuto.

Nella foto:
Sandrini in bicicletta tre minuti prima dell’agguato mortale lungo la pista ciclabile
16 ottobre 2014

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