La città e la mancanza di una visione di lungo periodo. Terragni: da 40 anni non c’è un progetto nuovo

Como, panorama

È ora che la città progetti il futuro delle sue tante aree dismesse. «Como ha bisogno di un pensiero a medio e lungo termine di carattere urbanistico programmatorio. Ci sono tanti nodi che oggi vengono al pettine, dopo essersi sommati nel corso degli anni – dice il presidente dell’Ordine degli Architetti Michele Pierpaoli – Siamo pieni di tanti vuoti e di parti costruite irrisolte, alcune di queste aree sono caratterizzate da un grande potenziale strategico. Oltre all’ex Ticosa penso all’ex Sant’Anna, alle ex Caserme, al San Martino, ma c’è anche nel quadro della riqualificazione del patrimonio del Razionalismo l’ex Uli di via Pessina e la riflessione sul tema Stadio e sulle aree adiacenti. Tutto questo patrimonio merita prefigurazioni progammatorie coerenti».
Con quale strumento in concreto? «C’è, è il Documento di Piano che è in scadenza ed è peraltro abbastanza agile, vi si potrebbe mettere mano con una certa velocità. Esso indica la strategia urbanistica sulle aree principali e come debbano essere riconsiderate dal punto di vista della loro funzionalità. Una revisione di tale piano è prioritaria dato che nel frattempo sono anche cambiati i parametri di riferimento, Prima la parola d’ordine era residenza, ma è ora un concetto ridimensionato rispetto a 10-15 anni fa. Insomma oggi la città è cambiata e manifesta nuove necessità . Da un lato continua l’alleggerimento delle funzioni produttive, dall’altro si vivacizzano le attività del turismo e matura la consapevole necessità di attenzione alla qualità del vivere degli abitanti».
Che ruolo può avere la pubblica amministrazione in tutto ciò? Per Pierpaoli «deve essere centrale il ruolo della pubblica amministrazione nelle scelte da compiere. Auspico quanto prima l’apertura di una fase di riprogrammazione generale strategica di queste aree. Perché se non c’è un quadro organico difficilmente si possono valutare le proposte che arrivano dai diversi soggetti. È un orizzonte inevitabile: ci sono tante città che progettano il proprio futuro urbanistico sull’arco dei 20 e 30 anni. Altrove è normale, dobbiamo farlo anche noi. Ad esempio, sulla Ticosa penso che debba esservi un importante ruolo per le funzioni pubbliche, amministrative culturali e ambientali: come insediamenti “virtuosi” possono svolgere un ruolo attrattivo notevole anche per altre funzioni. E a Como il tema degli spazi pubblici e del verde deve essere considerato prioritario. Ci sono poche aree verdi nella convalle per la comunità. Insomma, la città è un fatto complesso, da capire e governare».
Critico è però l’architetto e urbanista comasco Mario Di Salvo (suo tra l’altro il progetto di piazza Volta): a proposito dell’ex Ticosa, trova «assurda» la recente proposta da parte della lista “Per Como” di un campo di calcio a 11: «Non c’è rispetto per il cimitero lì accanto». E mette il dito nella piaga: la mancanza di visione. «C’è un’area libera? Sfruttiamola. Ecco l’unica regola vigente. Como è città in crisi, ha perso il suo ruolo tradizionale di cerniera tra Milano e il nord Europa. Non ha più vocazione né identità. Rischia di essere una Monza piu a Nord. Magari lo fosse, viene da dire, per come è tenuta Monza. La pubblica amministrazione ha tralasciato di pensare a un piano organico della città dove metà abitanti sta in convalle e l’altra metà sta fuori. Due città non integrate fra loro nemmeno dal punto di vista infrastrutturale. Non si pensa a una città che sia “una” e garantisca pari diritti e opportunità per tutti i cittadini, si pensa solo a come realizzare soldi da queste aree. Si pensa all’uso residenziale, ad esempio, che limiterebbe pesantemente per gli anni a venire quartieri cerniera fondamentali come l’ex Sant’Anna, o la stessa ex Ticosa. Ho seguito da vicino la variante al piano regolatore di fine anni Ottanta: c’era il concorso di urbanisti, esperti di traffico e sociologi. Il futuro di una città non è fatto di occasionalità e improvvisazione. L’amministrazione deve avere un ruolo di governo, e questo oggi manca».
Attilio Terragni, pronipote del razionalista Giuseppe padre della Casa del Fascio, sta per volare in America per tenere una conferenza sul’architettura comasca dai Magistri Comacini a oggi alla Thomas Jefferson University a Philadelphia, con cui poi terrà la sua scuola estiva di architettura all’Asilo Sant’Elia di via Alciato. «Paul Valéry, il grande poeta francese, diceva che l’uomo ha due grandi nemici: l’ordine e il disordine», dice. Dove sta Como fra i due poli? «Uno dei grandi problemi è che manca una visione di insieme perché non si disegna più. Non basta scrivere, per pensare la città. Una volta la si disegnava anche nelle sue stratificazione storiche, la città medievale è alla base di quelle successive. Questo dialogo tra antico e nuovo è venuto meno. Dagli anni Settanta non vedo progetti significativi per Como. Una città non è un giocattolo, è un organismo vivente, che richiede quella particolare forma d’arte che è l’architettura. E che sia di qualità. Per progettare il Comune sia protagonista nel richiedere questa qualità e che le varie “visioni” non siano solo legate a una sola funzione, altrimenti non si reggerebbero economicamente. Ho sempre pensato che Como sia uno dei posti piu belli al mondo. E la bellezza di un luogo si ottiene con l’architettura. Non con le infrastrutture, che sono solo l’abc».
Per l’architetto comasco Paolo Donà infine «sarebbe necessario per il futuro di Como un “urban center” come polo di discussione e di scambio di idee e proposte sul destino della città» dato che «per queste aree sono insieme un problema e un patrimonio. Sono fiducioso, sul tema aree dismesse, della funzione di coordinamento della “macchina comunale” che deve esprimere un più forte ruolo di mediazione».

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