Lettere

La comasca lasciata trent’anni senza risposta

La burocrazia in Italia è un male inguaribile
“Quale futuro può offrire ai suoi giovani uno Stato che impiega oltre trent’anni a dare una risposta a un cittadino che chiede giustizia?”: è la domanda che si è posta una donna comasca che dal 1983 chiede al ministero della Salute una risposta su una presunta ingiustizia subita sul lavoro (era dipendente pubblica e nel frattempo è diventata pensionata) e l’ha ottenuta – dopo infinite peripezie burocratiche – soltanto nel marzo 2014.
Ma – udite, udite – la missiva ricevuta è alquanto beffarda perché, in sostanza, è una non-risposta, poiché il dicastero chiede (dopo 31 anni) ulteriori informazioni, imponendo anche un termine perentorio per riceverle: 60 giorni, altrimenti la pratica (ancora in essere!) potrebbe essere cestinata. L’intera vicenda, raccontata recentemente dal “Corriere di Como”, è semplicemente grottesca e ci ricorda quanto sia distante lo Stato dai suoi cittadini. E ci convince che la burocrazia, nel nostro Paese, è un male atavico. Forse incurabile.
Pasquale Germani

Risponde Agostino Clerici
Curabile, ma forse inguaribile (quasi come un malato terminale). Sì, la burocrazia è un male atavico dell’umanità, perché si pasce della necessità di regole che essa ha per organizzarsi in società. Bisogna, però, riconoscere che sono stati i regimi democratici ad aver offerto alla burocrazia il terreno ideale per una crescita abnorme. Come boscaglia di rovi, essa ha invaso il terreno della convivenza civile, diventando una vegetazione inestricabile e, ahimé, ineliminabile. Con la scusa di mettere ordine, i burocrati armati di timbri e protocolli spadroneggiano sulle persone, ridotte a pratiche numerate da accatastare sulla scrivania. Anche i governanti sono in realtà governati dai burocrati, che così perpetuano il proprio potere. Il politico che arriva ad occupare una carica pubblica – talvolta senza avere una conoscenza specifica della materia che è chiamato ad amministrare – deve necessariamente dotarsi dei servigi dei funzionari. Succede così che cambiano i colori della politica, ma quello della burocrazia è sempre sullo sfondo, ed è composto da una infinita gamma di tonalità di grigio… La mia visione potrà apparire catastrofista. Si sentirà magari offeso qualcuno che è convinto di fare il suo umile dovere, aprendo o chiudendo l’uscio che gli è stato affidato, mettendo il timbro giusto e, comunque, riempiendo fedelmente le sue ore di seggiola e scrivania. Eppure è innegabile che, accanto al malaffare della corruzione politica, l’altro bubbone delle democrazie moderne è proprio la burocrazia, etimologicamente il “potere della scrivania”.
Venendo al caso della comasca turlupinata da una risposta arrivata con un po’ di ritardo, ogni commento è superfluo: la signora – come ho letto sul “Corriere di Como” – rischia addirittura la “riassunzione del gravame” (che, poi, non si capisce bene che cosa sia)! Eppure sarebbe interessante ricevere qualche spiegazione dal burocrate che quella lettera l’ha scritta e l’ha spedita, ben 31 anni e un mese dopo la domanda inoltrata dalla cittadina. L’ha forse ricevuta in eredità dal collega andato in pensione? Si era infilata in una intercapedine della famigerata scrivania ed era rimasta lì per un trentennio? Oppure era finita già nel 1983 in qualche vecchio database digitale, per cui la colpa è da affibbiare al computer da cui è uscita, chissà come e chissà perché, solo nel 2014?
Mi torna alla mente la godibile scena de “Le dodici fatiche di Asterix”, in cui Asterix e Obelix stanno per soccombere, mentre, su e giù per le scale del palazzo dell’amministrazione pubblica – “la casa che rende folli” – cercano di farsi rilasciare il “lasciapassare A38”. Ebbene, il modo scovato dall’eroe gallico per superare la difficilissima prova è quello di chiedere ad uno sportello un nuovo (inesistente) “lasciapassare A39”: la richiesta spiazza impiegati e funzionari facendoli piombare in una follia collettiva causata dalla loro stessa burocrazia.
Non so se la signora comasca può giocare questa carta con il Ministero della Salute. Ci provi. Risponda entro 60 giorni, riassuma… il suo gravame in perfetto linguaggio burocratichese, richieda qualcosa che non esiste con parole incomprensibili, e ponga come termine per ottenere risposta un perentorio “48 ore lavorative”. Poi, continui ad esercitare la funzione tipica del cittadino: aspettare…

4 Mag 2014

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