Delitto di Mozzate. La confessione davanti al pm: «Volevo ucciderla da luglio»

alt

A Natale l’ultimo incontro con l’ex compagna che era tornata in Riviera per vedere i figli

«La prima volta che ho pensato di uccidere Lidia è stato il 13 luglio scorso». Quel pensiero, Dritan, non se l’è più levato dalla testa. E la sera di sabato scorso ha guidato per quasi 400 km per metterlo in atto. In tasca un coltello, acquistato appositamente il giorno prima. Ha viaggiato da Rimini a Mozzate con una sola idea in testa: eliminare la sua ex compagna, la mamma di suo figlio.
Gli sono bastati pochi secondi per portare a termine il piano. Poi è risalito in macchina e ha

rifatto il percorso al contrario, dal Comasco alla Romagna. Omicidio premeditato è l’accusa della quale deve rispondere ora Dritan Demiraj, pasticciere di 29 anni, albanese, da molti anni residente in Romagna. E la premeditazione è tutta nella confessione fiume resa dall’uomo al pubblico ministero di Rimini poco più di 24 ore dopo quel viaggio della morte. Convocato dai carabinieri in caserma, il giovane si è presentato ostentando sicurezza, forte di un alibi di ferro – «ero regolarmente in pasticceria, al mio posto» – confermato dal suo datore di lavoro.
I nervi però hanno retto soltanto per qualche ora. Dopo, schiacciato da un fardello troppo pesante, Dritan ha iniziato a parlare e ha continuato a farlo per 40 minuti, raccontando come avesse ucciso Lidia Nusdorfi, 35enne di Garbagnate Milanese, da poco residente a Mozzate. Un racconto partito dal 13 luglio di un anno fa.
«Ho proposto a Lidia di andare al mare con i bambini – ha ricordato – Lei mi ha detto di andare da solo perché era stanca. Quando siamo rientrati, aveva preso le sue cose e se n’era andata. È stata la prima volta che ho pensato di ucciderla».
Il giovane pasticciere parla sempre di «bambini», al plurale. Oltre al piccolo di 5 anni nato dalla sua relazione con Lidia, infatti, il 29enne considera un figlio anche il bambino di 11 anni che la donna aveva avuto da un precedente compagno.
Entrambi – dopo la decisione della mamma di lasciare la città romagnola – hanno continuato a vivere con Dritan e con la madre di lui. Da quel 13 luglio, l’uomo non ha mai accettato la separazione. Le telefonate a Lidia, le richieste di tornare a casa, erano continue. Già una volta, lo scorso anno, Dritan Demiraj era partito da Rimini e aveva raggiunto Mozzate per cercare la ex compagna e convincerla a riallacciare i rapporti.
Nel periodo natalizio l’ultimo, apparente, sprazzo di felicità. La 35enne era tornata in Romagna per trascorrere le feste con i figli e l’ex compagno.
L’albanese, probabilmente, aveva pensato che tutto sarebbe tornato come prima. A gennaio, invece, la donna è tornata dai parenti nel Comasco.
Il pensiero della vendetta è diventato sempre più martellante, fino a convincere il 29enne a passare all’azione.
Venerdì scorso, Dritan ha comprato il coltello che poi avrebbe usato per uccidere Lidia. Sapendo che l’ex compagna non avrebbe acconsentito a un incontro, ha chiesto a un’altra persona, conosciuta da entrambi, di fissare un appuntamento con la donna alla stazione di Mozzate.
All’incontro con Lidia, però, si è presentato personalmente. Con il coltello in tasca.
Deciso a ucciderla.
Ha scelto il sottopasso della stazione per colpirla. Ha visto la telecamera di sorveglianza e ha usato un ombrello per nascondere il viso all’occhio elettronico.
Poi ha colpito ripetutamente la 35enne senza pietà alla gola e al torace. E l’ha lasciata a terra, agonizzante. Nella concitazione della fuga non è stato abbastanza attento alla “copertura” e il suo volto, per un istante, è finito nel raggio della videocamera.
Dritan ha proseguito nel suo folle piano. È risalito in macchina e ha guidato fino a Rimini. Ha chiesto al datore di lavoro di coprirlo, qualora qualcuno gli avesse chiesto se sabato fosse o meno in servizio in pasticceria. Il finto alibi però ha retto soltanto qualche ora.
«Sono andato su per ammazzarla – avrebbe detto al pubblico ministero il 29enne, una volta smascherato – L’ho fatto nonostante sapessi a cosa andavo incontro. Sapevo che mi sarei rovinato la vita e che non avrei più visto i miei figli». Lo sapeva, quando è partito per Mozzate. In tasca un coltello. In testa un pensiero fisso. Che lo ossessionava da sette mesi.

Anna Campaniello

Nella foto:
Sopra, l’arresto di Dritan Demiraj, pasticciere di 29 anni, albanese, da molti anni residente in Romagna. A fianco, il fermo del suo datore di lavoro, Massimo Mengoni

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.