La corsa dei giornalisti verso la “notizia”

Il ricordo dei cronisti
Giorgio Gandola: «Una donna aveva visto tutto ma non le credevano»
I primi lanci di agenzia. La notizia che piomba nelle redazioni come un macigno. Le auto dei giornalisti si fiondano a Barni. I fotografi. Le telefonate tra gli inviati sul posto e i colleghi rimasti in redazione. Il bilancio che si aggrava di ora in ora. Le dimensioni di una tragedia che si ingigantisce di minuto in minuto.
Il dramma di Conca di Crezzo è impresso nella memoria dei cronisti che raccontarono quella notte tremenda.
«Ricordo ancora quando ricevetti la chiamata
dal nostro fotografo, Chicco Rossi – dice Emilio Magni, che nel 1987 era responsabile della redazione di Como del Giorno – Mi chiamò poco dopo le 19.30; mi disse che era caduto un aereo a Barni. Avvisai il giornale e partii immediatamente. A quei tempi esistevano già i primi telefonini, ma tutte le linee erano bloccate. Nel frattempo, mentre raggiungevamo Barni, da Linate era stato confermato lo schianto».
«Tutto era difficile. Anche muoversi. Arrivammo alla Conca di Crezzo con i vigili del fuoco di Canzo – prosegue Magni – Trovammo la strada sbarrata. Pioveva a dirotto, con insistenza tremenda. Eppure non faceva freddo: le condizioni atmosferiche erano strane. Carabinieri e polizia ovunque. Ci spostammo a Erba, nel parcheggio di Lariofiere: qui erano arrivate almeno 200 ambulanze. L’aereo fu avvistato prima dell’alba – aggiunge il giornalista – Il quartier generale della direzione dei soccorsi divenne il ristorante La Madonnina, a poche centinaia di metri dal luogo dello schianto». Volti terrei. Qualcuno, poi, aveva visto scene da incubo.
«I fotografi avevano raggiunto ciò che restava dell’aereo – dice ancora Magni – e ciò che restava dei viaggiatori. Amedeo Vergani riuscì perfino a fotografare la targhetta con scritto Atr 42. Le immagini dei corpi, però, non furono mai mostrate. Erano strazianti».
Giorgio Gandola, attuale direttore dell’Eco di Bergamo, era all’epoca redattore della Provincia. «Ero impegnato nel cosiddetto “giro di nera”; si era diffusa la notizia che un aereo fosse scomparso dai radar. Il mezzo era diretto a Colonia. Ma si trattava soltanto di un’indiscrezione. Si seppe che poteva essere precipitato. Effettuammo le verifiche del caso. Alle 21.30 tutto era già stato confermato. Partimmo. Con me c’erano Pierangelo Marengo e il fotografo Giancesare Bernasconi. Conoscevo il luogo del dramma, tra Canzo e Asso». Appena giunti sul posto, le prime testimonianze. La pioggia scrosciava.
«Qualcuno parlò di un botto, altri di un incendio, altri di una palla di fuoco. Alle 23 la stradina che conduceva al pianoro era bloccata dalle forze dell’ordine. In un bar si parlava di una donna che aveva portato la notizia della tragedia. Aveva gridato come una pazza e pochi le avevano creduto. Scrivemmo sull’onda dell’emozione. Dovevamo chiudere il pezzo per essere in edicola con la notizia. Quando mandai il pezzo – aggiunge Gandola – l’aereo non era ancora stato ritrovato. Ma si parlava di un Atr 42. E di 37 morti. Alle 4 di mattina furono rintracciati i primi resti. Le salme furono ricomposte con estrema fatica». Pioveva. O forse erano già lacrime. Così attaccava un pezzo di Gandola. E oggi, dopo 25 anni, il cielo piange ancora.

Marco Proserpio

Nella foto:
Uno dei soccorritori giunti sul posto della tragedia. L’aereo venne trovato soltanto molte ore dopo l’incidente

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