Lettere

LA COSTANTE EVOLUZIONE DELLA LINGUA ITALIANA E LA PESSIMA CONOSCENZA DELLA SUA GRAMMATICA

Risponde Renzo Romano:

La lingua italiana si sta evolvendo.
Nel nuovo Zingarelli si trovano termini strani, come cloud computing, biochip, biotestamento e anche “celodurismo”. Insomma, fra inglesismi e nuovi termini tecnici, un vocabolario è il termometro di un Paese che sta cambiando. In più – come è stato detto – il vocabolario non è un giudice, ma un semplice notaio che registra il lessico che inevitabilmente cambia.
Detto questo, mi chiedo: la nostra lingua è inevitabilmente destinata a essere contaminata fino a essere stravolta? I puristi hanno ragione a scandalizzarsi? Il mondo della scuola (i docenti in primis) come può restare al passo con questi cambiamenti che sono comunque inevitabili?
Ferdinando Belletti

Caro lettore,
ha scritto un saggio: “La lingua è il luogo dove ogni generazione lascia tracce e può ritrovare se stessa”. Alla luce di questo assunto mi sembra del tutto naturale che il vocabolario della lingua italiana si aggiorni aggiungendo gradualmente  termini “nuovi” al suo lessico. Dissento da coloro che paventano stravolgimenti e contaminazioni dell’italiano.  Credo piuttosto che l’ampliamento dei vocaboli sia un arricchimento della nostra lingua e ne impreziosisca la “vitalità”  comunicativa.
Il problema della lingua italiana non è, a mio avviso, l’eccessivo uso di inglesismi o di termini mutuati dal mondo giovanile, politico, sociale, tecnologico. Piuttosto il problema è il pessimo uso che si fa di questi “nuovi” termini e anche dei “vecchi”.
La temuta, pressoché sconosciuta, “grammatica” della lingua italiana che insegnava democraticamente a tutti ad articolare una semplice frase con tanto di soggetto, predicato e complemento, è finita in soffitta. Il non possesso delle regole di gestione delle parole fa sì che la disponibilità di nuovi termini non si traduca affatto in un miglioramento delle modalità di comunicazione, anzi addirittura ne determini il peggioramento.
I meno giovani forse ricorderanno una trasmissione televisiva del 1960 dal titolo “Non è mai troppo tardi” condotta da un bravissimo maestro, Alberto Manzi, divenuto in seguito apprezzato scrittore di libri per ragazzi. La trasmissione era un vero e proprio corso per insegnare agli adulti a leggere e a scrivere. Va sottolineato che in quegli anni il tasso di analfabetismo nel nostro Paese era superiore all’otto per cento. Il successo dell’iniziativa fu strepitoso. Forse non è una provocazione il suggerimento a farci un pensierino…
Oggi l’analfabetismo nel nostro Paese è scomparso, almeno per quanto riguarda gli italiani, mentre invece è presente un deprimente “analfabetismo di ritorno”. Una ricerca in proposito ha attestato che un terzo degli italiani, pur sapendo leggere, riesce a decifrare soltanto testi elementari e che cinque italiani su cento sono incapaci di decodificare qualsiasi lettera o cifra. L’impoverimento del linguaggio è contemporaneamente causa e conseguenza del degrado della lingua italiana.
Il continuo, ripetuto, parossistico ricorso agli inglesismi è un altro aspetto del problema.
È chiaro e risaputo che l’inglese è la lingua “comune” a tutto il mondo. Politici, studiosi, economisti, scienziati, comunicano in inglese. La sua conoscenza è oggi patrimonio indispensabile per diffondere idee e non essere tagliati fuori dal mondo che conta. Per questo non mi scandalizzo affatto di ascoltare o leggere termini quali “spread,  spending review, welfare, call center, outlet, default, banner, home page…”.
Mi preoccupa piuttosto, la conclamata ignoranza linguistica di quello speaker sprovveduto che inglesizzò  un latinissimo “sine die” in un irresistibilmente comico  “sain dai” probabilmente senza avere la minima coscienza e conoscenza del significato della locuzione.
E anche mi preoccupa la sciagurata leggerezza dell’estensore di quel comunicato che, per dire che una certa decisione era stata rimandata “a chissà quando”, ovvero a una data indeterminata, aveva fatto ricorso addirittura al latino, lingua morta e sepolta, ormai virtualmente abiurata non solo a scuola ma perfino a messa.
Lo “spread” tra la condizione in cui versa oggi la nostra lingua e quella che le competerebbe per storia e tradizione è altissimo. Il “gap” non si recupera certamente tentando di evitarne, peraltro vanamente, la “contaminazione” o difendendone la “purezza” dall’invasione di termini nuovi.
Per ritrovarne la dignità  e non disperderne peculiarità e ricchezza comunicativa la ricetta è elementare: tornare  a studiare la grammatica italiana su uno di quei vecchi manuali  di una volta. 
E magari poi verificarne la corretta applicazione riscoprendo piacevolmente l’attualità non solo lessicale di un  classico della letteratura. Ne consiglierei la lettura “cartacea”, ma va bene anche nella forma più stimolante  di “ebook”.
Un timido suggerimento ai più scafati cybernauti: farsi una capatina nei “siti” Rai alla ricerca della già citata trasmissione del maestro Manzi. Un viaggio nel web  “Alla scoperta dell’italiano”. Sono garantite  sensazioni da “tecnostress”.
“Non è mai troppo tardi”… per provarci.

12 maggio 2012

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