La costruzione della Campania nel racconto di Plinio

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Nel 2023 ricorrerà il bimillenario della nascita di Plinio il Vecchio. Nadia Scippacercola, del dipartimento di Studi Umanistici dell’Università “Federico II” di Napoli, quale contributo alla conoscenza dell’erudito lariano, pubblica da Rce Multimedia un volume di 228 pagine, La Campania nella «Naturalis historia» di Plinio il Vecchio, ulteriore contributo alla conoscenza dello scrittore morto nel 79 d.C. durante l’eruzione del Vesuvio e della sua monumentale enciclopedia in 37 libri.
«Il volume applica alla Naturalis historia – dice la studiosa – i criteri dell’indagine geocritica, che non è usualmente rivolta ai testi antichi, per l’analisi della rappresentazione della Campania».
il metodo
«La geocritica ha oggi una sua teorizzazione e fondamenti stabiliti, ma per sua stessa natura resta un approccio in divenire – precisa l’autrice – Essa mette lo spazio al centro dell’esplorazione. Il confronto dell’opera e di un corpus articolato attorno allo stesso referente spaziale consente di meglio inquadrare le aspettative, le reazioni e le strategie discorsive di ogni scrittore, mentre la visione del territorio che se ne otterrà è poliedrica».
l’analisi
Plinio il Vecchio dichiara di trattare della Campania relativamente all’ambito del libro III della Naturalis historia, ma notizie sulla regione e sui suoi centri abitati – che all’epoca di Plinio corrispondeva a una porzione della Regio I augustea – sono diffusamente presenti in trenta dei libri di cui l’enciclopedia è composta.
«Plinio il Vecchio – dice Nadia Scippacercola – fornisce notizie riguardanti caratteristiche naturali, antropiche ed economico-sociali della regione; menziona eventi atmosferici, astronomici, geologici e particolarità idrologiche e pedologiche. Si sofferma inoltre sulle tante attività produttive e sui prodotti campani».
La Campania dell’epoca è terra ubertosa, ricca di attività mercantili e portuali. «L’autore della Naturalis historia si mostra particolarmente attento alla relazione tra uomo e territorio – rileva la studiosa – che era ancora più incisiva e determinante in un’epoca in cui i lavori agricoli e artigianali avevano un ruolo centrale tra le attività umane, e si mostra consapevole che, da un lato, i mutamenti storici incidono sulla toponomastica, dall’altro, che la stessa geografia fisica conosce a volte radicali cambiamenti». «Date le particolari modalità di “costruzione” dell’opera pliniana – prosegue – lo studio dell’immagine della Campania nella Naturalis historia permette di scorgere la componente immateriale legata al territorio e commista alla riproduzione di quella che fu la realtà fattuale. Plinio, infatti, per poter trattare in maniera metodica e “scientifica” dell’ecumene tutta, deve annullare il peso della memoria legato ai territori e far uso dei nomi come se fossero semplici etichette geografiche. Tale operazione, apparentemente motivata da un intento classificatorio, non risulta per nulla ingenua, soprattutto in relazione a una terra così ricca di secolari stratificazioni storiche, sociali, culturali, mitiche. In verità, ciò permette allo studioso della natura di riorientare le nuove memorie: egli costruisce cioè una nuova immagine della Campania, appiattita sulla visione del I secolo d.C., che ormai considera la regione come organicamente romana, tanto più in quanto essa è territorialmente indistinta dal Lazio, sede di Roma».
La Naturalis historia – conclude l’autrice – «rappresenta inoltre uno snodo importante nell’ambito del processo trasmissivo della cultura antica oltre l’età alto-imperiale, proprio perché il suo autore opera una netta selezione dei materiali più antichi. Anche in questo caso, Plinio sceglie tra più possibilità e, attutendo o passando sotto silenzio ogni tipo di conflitto, offre un ritratto oleografico della regione, restituendone un’immagine pacificata e operosa. La costa campana può così essere ricordata per la fertilità delle messi, delle viti, degli olivi, per la salubrità, la mitezza di clima, per i colli ridenti, i valichi sicuri, i boschetti ombrosi, la ricca varietà di selve, i venti che spirano da monti numerosi, le greggi dai manti eccellenti, i tori dai colli pingui, i laghi, l’abbondanza di fiumi e di sorgenti, i mari e i porti accoglienti. Che queste siano descrizioni alquanto di maniera si rende evidente laddove il naturalista chiama direttamente in causa i “Veteres”, che ricordano questa terra come rinomata per il vino, il grano, i litorali con sorgenti calde, rese celebri dai molluschi, dai pesci e dall’olio. Altri passi testimoniano l’interazione tra uomo e natura e documentano i segni lasciati dalle vicende storiche nel patrimonio linguistico, nella vocazione produttiva dei vari ambiti territoriali, nelle zootecniche, nelle produzioni agricole locali, come nel carattere dell’abitante del luogo, creatore di invenzioni artistiche e tecniche. La particolare fecondità del terreno, dovuta in parte a ragioni geologiche e microclimatiche e in parte, secondo quanto riportato da Plinio stesso nel corso della Naturalis historia, a una vincente mescolanza di accorgimenti, sperimentazioni e buone pratiche, concorrerà poi a trasfigurare la rappresentazione della Campania in quella di una mitica terra dalla produzione inesausta. Di lì a pochi anni, però, simile vivo spaccato del territorio e delle attività umane, svolte in Campania agli inizi della seconda metà del primo secolo dopo Cristo, con tutto il suo ostentato lusso, si troverà a essere raggiunto dalle ceneri del Vesuvio».

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