Lettere

LA CRISI HA FATTO EMERGERE IL VUOTO ESISTENZIALE DI CHI HA MAL RIPOSTO IL VERO SENSO DELLA VITA

Risponde Agostino Clerici

Leggendo i giornali e guardando la tv sono sconcertato dall’aumento di casi di suicidi (e purtroppo anche di omicidi-suicidi) di piccoli imprenditori, messi in ginocchio da questa tremenda crisi economica. È probabile che i casi siano più numerosi di quelli che vengono alla luce. Sono sicuro, inoltre, che molte persone, pur non arrivando al gesto estremo, finiscano in altri problemi comunque seri: malattie, depressione, crisi coniugali, violenze e via elencando. Anch’io sono un piccolo artigiano e ammetto che le difficoltà sono tante… troppe. E pur non giustificando il gesto estremo, comprendo l’esasperazione di tante persone. Soprattutto la mancanza di fiducia nel futuro, nelle possibilità che la vita comunque offre. Ma per ritrovare questa fiducia, forse, non basta la risposta della politica… serve qualcosa di più. A questa domanda, però, non so personalmente dare una risposta.

Giovanni R.

Provo a darne una io, consapevole che la domanda è complessa e la risposta non può essere semplice e incapsulata dentro poche righe di giornale. Resto convinto che la politica può ancora fare molto, solo se uscisse dal pantano dei tatticismi e delle parole vuote, in cui continua ad avvoltolarsi anche in questi giorni. Le situazioni che il lettore denuncia sono risuonate nelle piazze elettorali come stratagemma per convogliare emotivamente i voti, ma ho la sensazione che i politici – tutti, proprio tutti, compresa quella fauna esotica e strana con cui verrà ripopolato il parco parlamentare – facciano parte della porzione di italiani che stanno bene, tanto che hanno potuto permettersi il lusso di una campagna elettorale e la crisi l’hanno urlata nei comizi ma non la sentono sulla loro pelle… Può fare molto la politica nel risuscitare la fiducia tra la gente, ma non può risolvere tutti i problemi. E forse qui sta un errore atavico della nostra Nazione: aspettarsi troppo dalla politica, salvo poi imboccare, delusi e frustrati, la via dell’arrangio, in una sorta di strabismo di corte vedute. La vera domanda sta prima del piano politico o economico e interroga l’uomo nella sua capacità di governare la vita, in quella prima e fondamentale “politica” in cui ciascuno è elettore di se stesso. La domanda è più profonda ed è ineliminabile, anche se si lascia facilmente espungere dall’ordine del giorno e sembra secondaria se non addirittura inutile. Non lo è e, tutte le volte che quella domanda vera tu la seppellisci, essa marcisce come un seme e, prima o poi, buca il tuo terreno e diventa un germoglio e poi una pianta. E se questa pianta non ti metti a coltivarla, se non la curi, se non la poti, essa finisce col diventare una coltivazione sterile e infestante, che ti soffoca l’intero giardino. Quello che intendo dire è che la crisi finanziaria e poi economica che ci affligge ha semplicemente innescato la miccia, facendo esplodere la casamatta in cui da tempo si era accumulata la polvere da sparo. La crisi ha fatto venire a galla un vuoto esistenziale, ha mostrato la grande fragilità umana di chi ha mal riposto il senso stesso della vita. I suicidi o gli atti folli di cui ci parlano le cronache di questi mesi, o anche solo le ansie e le depressioni che sicuramente affliggono chi a tali gesti estremi non arriva, sono il segnale di una società malata prima ancora che di una crisi economica non governata dalla politica. C’è da domandarsi, ad esempio, che cosa ne abbiamo fatto del bene del lavoro, affidato sempre più spesso alla spietatezza di un mondo finanziario che ha invaso la realtà lavorativa, creando rapporti malati di egoismo. Si vuole troppo, si vuole tutto, si vuole subito e, quando qualcosa va storto, si continua a correre come forsennati perché si vuole raggiungere il medesimo risultato, costi quel che costi. Un amico che lavora in una piccola azienda, con gli occhi cerchiati da notti insonni passate a lavorare, mi raccontava la frustrazione subita da uno dei nuovi manager della società finanziaria estera che ha assorbito l’impresa. Con le lacrime agli occhi manifestava la stizza per la pretesa arrogante che tale manager impettito, giacca e cravatta e tablet sotto il braccio, aveva manifestato: la ditta deve ottenere gli stessi risultati dell’anno scorso, anche a costo di stritolare i clienti, di mettere sotto torchio i dipendenti. E perché poi? Perché quella società finanziaria è quotata in borsa, e non può permettersi arretramenti di bilancio. Quel mio amico ha una famiglia, teme di perdere il lavoro… e s’arrabbia con se stesso, perché non trova la forza di rompere l’ingranaggio di cui continua ad essere una rotella. È anche lui sull’orlo della depressione. Ciò che lo salva – e qui cerco di dare un contenuto a quel «qualcosa di più» di cui parla il lettore – è avere qualcuno con cui sfogarsi, qualcuno che lo sottrae alla solitudine foriera di disperazione. Ciò che lo salva è il bene vero che vuole a sua moglie e ai suoi figli, a cui non è disposto a rinunciare per nulla al mondo e che mai lascerebbe soli ad affrontare il futuro. Ciò che lo salva è una trama di rapporti sani dentro una comunità di persone che condivide con lui gli stessi valori e persegue gli stessi ideali. Il valore aggiunto non è la fiducia riposta in un cambiamento politico, ma la speranza in una rete di relazioni vere. Se la solitudine è il terreno in cui attecchisce la disperazione che porta a gesti inconsulti, la speranza può germinare solo da una cultura della vita in cui l’uomo sia veramente al centro.

10 marzo 2013

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