Cronaca

La Dda in città: chieste misure di prevenzione. Ora si indaga su chi aiutava la ’ndrangheta

altIeri la visita al palazzo di giustizia
(m.pv.) La Direzione distrettuale antimafia è giunta ieri mattina al palazzo di giustizia di Como, all’indomani del terremoto giudiziario che ha sconvolto la Brianza comasca. Il magistrato Paolo Storari, ha infatti depositato al Tribunale le richieste di misure di prevenzione a carico di una pletora di indagati nell’ambito della sconvolgente inchiesta sulla ’ndrangheta nella nostra provincia, che ha portato all’ordinanza di custodia cautelare per 13 persone.
Le persone finite con l’essere

iscritte sul registro della Dda, sono in realtà molte di più. E a gran parte di queste potrebbero giungere nelle prossime ore misure di prevenzione sia patrimoniali sia personali, quest’ultime identificabili con sorveglianze speciali, divieti di soggiorno in una o più province o in uno o più comuni, oppure obblighi di dimora in un luogo preciso.
Non è dato sapere quante richieste siano state depositate dall’antimafia, ma scorrendo le pagine dell’ordinanza il sospetto è che non possano essere poche, anzi.
Perché quello che è avvenuto all’alba di martedì è stato, come detto, un terremoto dagli effetti devastanti. Che vanno oltre la «spartizione di due territori confinanti», ovvero i Comuni di Mariano Comense e di Cabiate, tra le famiglie Muscatello e Galati. Perché il giro di ossequiosi vicini ai malavitosi, investe persone e attività di ogni tipo.
Francamente, sono troppi gli episodi finiti sotto la lente della Dda per poter parlare di tutti. Appare tuttavia illuminante al riguardo la dichiarazione-ammonimento di un boss pentito di ’ndrangheta, Antonino Belnome: «Quando uno si mette a disposizione (della ’ndrangheta, ndr) non può mai recedere da quello che ha fatto per tutta la vita».
Perché altrimenti può capitare – ed è effettivamente successo ad uno degli arrestati – che per intimidazione ti sgozzino le capre, ti incendino capanni oppure ti inviino a casa proiettili.
Eloquente su quanto avveniva – e avviene – nei territori di infiltrazione, è quello che capita ad un imprenditore (non indagato) attivo nel commercio all’ingrosso di auto e moto e dei relativi pezzi di ricambio. Una attività fiorente, con punti vendita nel Comasco a Mariano, Fino Mornasco, Erba. Uno di questi, di notte, viene crivellato di colpi. Un atto intimidatorio, pare a scopo di estorsione. Ma l’imprenditore non va dai carabinieri, bensì da quello che nell’ordinanza viene definito “ambasciatore” del boss Salvatore Muscatello. Ovvero Alberto Pititto. E prima ancora – giusto per non sbagliare – invia soldi al boss. «Un presente fatto con il cuore», dice. In realtà era forse – ritengono gli inquirenti – un modo per verificare che l’intimidazione non giungesse proprio dai Muscatello. Solo in seguito si presenta a Mariano a far visita al boss. «Io sono convinto che non sono venuti solo da me (a sparare, ndr)».
«No, qua in zona no, sennò lo sapevo», taglia corto Muscatello. Perché tutto a Mariano passava dalle sue mani, compreso i voti politici di cui abbiamo già parlato ieri. Storie di ordinarie infiltrazioni mafiose. Non in chissà quale parte del mondo ma nel Nord Italia, in provincia di Como.

Nella foto:
Ieri mattina la Dda è entrata al palazzo di giustizia di Como. Sono state depositate in Tribunale le richieste di misure di prevenzione. Non è al momento noto il numero preciso
30 ottobre 2014

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