La difesa di Minasi: «Sequestri assurdi». Ed è giallo sulla morte di un avvocato

altLa ‘ndrangheta sul Lario
Le reazioni dopo il blitz con i sigilli a beni per 7 milioni di euro

«Un provvedimento assurdo». Sono queste le prime parole di Roberto Rallo, legale che assiste Vincenzo Minasi (avvocato condannato in due gradi di giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito di una inchiesta sulla cosca dei Gallico), dopo un sequestro di beni per circa 7 milioni di euro. Tra questi anche la casa della famiglia di Fino Mornasco, dove il legale stava trascorrendo la custodia ai “domiciliari”. Patrimonio che, secondo i magistrati, sarebbe stato accumulato anche

grazie ai favori alla cosca. «Adesso valuteremo come agire – è la replica stizzita di Rallo – Aggiungo una cosa: la casa fu acquistata nel 2002, quindi prima del periodo al centro dell’attenzione. Il mio assistito ha speso soldi per la ristrutturazione e attualmente la casa è valutata 650 mila euro. Su di essa c’è un mutuo da 2.000 euro al mese. Secondo voi un legale del calibro di Minasi non si poteva permettere questo esborso? Sono indignato». Ma non è questo l’unico fronte che si è riaperto in merito alla vicenda della cosca Gallico.
Dopo oltre due anni, si torna a parlare anche del caso della morte di Daniele Belotti, l’avvocato luganese, 48 anni, trovato impiccato nella sua abitazione il 5 dicembre 2011. L’inchiesta ufficiale, chiusa molto in fretta dalla polizia ticinese, certificò il suicidio. Ma il cono d’ombra di una vicenda torbida non si è mai disperso. Anzi, nel tempo si è sempre più allargato. Fino alla clamorosa svolta, segnalata dai cronisti del Fatto Quotidiano in un lungo articolo ricco di molti dettagli. La convinzione della madre di Belotti sull’assassinio del figlio fa perno sulle parole di quest’ultimo. Poche frasi, dette dal legale luganese alla madre la sera prima della morte. «Io sono pulito, ma tu non conosci quella gente». Come dire: non si fermeranno sino a quando non avranno la certezza del silenzio di un testimone scomodissimo.
Sì, perché Daniele Belotti era certamente un testimone. A partire dal 2010, su di lui si erano accesi i fari delle direzioni distrettuali antimafia di Milano e di Reggio Calabria impegnate nelle delicatissime inchiese sulla ‘ndrangheta e, in particolare, sulle cosche Gallico di Palmi e Valle-Lampada, appendice lombarda della famiglia Condello. I sostituti della Dda tengono nel mirino l’avvocato calabrese Vincenzo Minasi, legale con studio a Como e a Fino Mornasco. E, appunto, Borelli. Secondo i magistrati antimafia, i due lavorano assieme e gestiscono i soldi della ’ndrangheta lombardo-calabrese attraverso trust societari blindatissimi. Occultano i soldi dei clan, dice la Dda. Lo fanno grazie alle conoscenze e alle capacità di Borelli, che in Svizzera si muove con molta spregiudicatezza. I pm di Reggio Calabria ordinano il fermo dell’avvocato luganese, accusandolo di intestazione fittizia di beni aggravata dal fatto di aver agevolato la ‘ndrangheta. Borelli è infatti il titolare di una società con sede nel Delaware, lo Stato degli Usa noto per una legislazione molto lasca sul tema del riciclaggio. I magistrati calabresi sono convinti che Borelli sia perfettamente consapevole di lavorare per i mafiosi. Il 30 novembre 2011 ne ordinano l’arresto. Con una rogatoria internazionale, la Dda di Reggio riesce a perquisire la casa e l’ufficio del legale, ma non può portare in carcere il cittadino svizzero. Il quale, 5 giorni dopo, nel suo appartamento di Lugano, in via Baroffio 4, si toglie la vita.
Questo, almeno, dicono le carte ufficiali. Che adesso la madre di Borelli, Riccarda, mette in dubbio. «Mio figlio – dice – è stato ucciso». Lo dimostrerebbero le ferite al volto e la mancanza di alcuni denti, segno evidente di un pestaggio che l’avvocato avrebbe subìto prima di morire.
Dario Campione, Mauro Peverelli

Nella foto:
Gli uomini della polizia nel giorno del blitz che ha portato al sequestro dei beni dell’avvocato Vincenzo Minasi di Fino Mornasco

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