LA DISCIPLINA E L’ASCOLTO

di DARIO CAMPIONE

Una grande angoscia
Adolescenza inquieta. Da 4 giorni un 14enne di Locate Varesino è in fuga dalla propria vita quotidiana: dalla famiglia, dalla scuola, dagli amici. La mobilitazione per trovarlo e riportarlo dai genitori è grande. Altrettanto grande la speranza che questa storia si concluda presto e nel migliore dei modi.
Non è possibile esprimere giudizi sulla vicenda. Non sarebbe giusto né corretto. Bisognerebbe infatti conoscere i motivi che hanno indotto il ragazzo a scappare.
Quanto accade a Locate

, tuttavia, offre lo spunto per una riflessione più generale su un mondo, quello dei giovanissimi, sempre più turbato, confuso.
Un mondo dal quale gli adulti sono sempre più estromessi.
Non è soltanto un problema di linguaggi e di stili di vita diversi, elementi che hanno sempre segnato le differenze tra generazioni. È una questione di responsabilità.
Sembra essersi smarrita la volontà di guidare e indirizzare scelte e orientamenti. Il processo di delega si è spinto oltre. Dalla famiglia alla scuola, dalla scuola ai network sociali. Bisognerebbe tornare (se mai vi sia stato un inizio in quel senso) alla frase che don Lorenzo Milani aveva scritto con il gesso sulla lavagna di Barbiana: I care.
Mi preoccupo. Mi occupo. Mi prendo a cuore. Il priore fiorentino non aveva in mente alcuna virata politica né ideologica, voleva comunicare semplicemente una «nozione alta» di impegno: l’essere nel mondo, rispetto al quale nessuno può tirarsi indietro.
«I ragazzi con me hanno sempre torto», diceva don Milani. Il quale non credeva minimamente a una didattica degli spontaneismi e giudicava sbagliato che i giovani potessero essere «abbandonati» alle loro tendenze, ai loro «impulsi». In quella strana scuola di montagna, in cui si studiava dalla mattina alle 8 alla sera alle 20 e per «365 giorni all’anno», non c’era posto per «pedagogie libertarie». Prevaleva e s’imponeva la disciplina in una doppia direzione: nell’organizzazione del sapere e nella costruzione dei rapporti sociali.
Quando un giovane fugge di casa, quando la scuola produce una selezione eccessiva, quando il dialogo si spegne, c’è una responsabilità diretta degli adulti a cui bisogna risalire. Don Lorenzo Milani, come hanno testimoniato molti suoi studenti, era un maestro severo. Pretendeva il rispetto di una disciplina rigidissima. Non risparmiava mortificazioni né rimproveri, soprattutto verso chi non si impegnava abbastanza. Ma il suo rigore, che ha innescato negli anni moltissime discussioni e ha fatto storcere il naso a molti, si accompagnava a un calore umano e a una partecipazione straordinari – quasi una passione – per la vita dei suoi ragazzi, che si sentivano amati e protetti.
L’autoritarismo degli adulti – siano essi insegnanti o genitori -non è più condizione necessaria per ottenere rispetto. Non lo è se non accompagnato da dialogo, fiducia e rispetto. Così, dietro a ogni ragazzo che vive una crisi c’è sempre un adulto che ha scelto di non ascoltare.

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