La dislessia non si misura soltanto in base ai test

Riaperte  le  scuole  è  ricominciata  la campagna mediatica sui  Disturbi  Specifici dell’Apprendimento, i cosiddetti DSA, mentre nelle scuole sono arrivati i primi progetti  per l’aggiornamento gratuito agli insegnanti su di essi, da parte di associazioni che non sono pagate, ma che hanno un forte interesse a diffondere il Verbo dell’ADHD,  della Dislessia,  Disortografia, Disgrafia e Discalculia.
Partecipi a questi corsi o conferenze e sembra tutto bello: ci sono questi specialisti che con voce suadente spiegano  che la Dislessia  è  “la difficoltà nella lettura, ossia una mancanza di correttezza e rapidità nel leggere”; la Disortografia  è “un’incapacità persistente di trasformare il linguaggio verbale in quello scritto usando correttamente la regole grammaticali”; la Disgrafia invece è  la   “difficoltà  di scrivere  in modo comprensibile al lettore non informato”;  la  Discalculia:  “la difficoltà nell’automatismo del calcolo e dell’elaborazione dei numeri”.
Vengono fatti esempi divertenti  e soprattutto ti dicono  come riconoscerli  nei tuoi alunni per “aiutarli”.
Sostengono che la Dislessia è un disturbo  biologico di origine genetico causato  da un difetto di migrazione cellulare, che a questi ragazzi mancano le cellule che permettono  di leggere correttamente le lettere,  per poi affermare che  uno studente  viene diagnosticato dislessico quando,  misurando la velocità della lettura e la quantità di errori compiuti,  la sua performance  si discosta dalla media. Se  la  causa di questi disturbi  è biologica, perché  per individuarla  non  vengono   utilizzati esami strumentali  (radiografia, risonanza magnetica,  ecc.)  come la natura del disturbo richiederebbe? Perché  viene utilizzato uno  strumento statistico basato sugli  scostamenti dalla media, inadeguato a rilevare la fonte del problema?
Cosa pensereste dello specialista che vi dicesse che vostro figlio di  7 anni (perché è questa l’età a cui gli scolari vengono sottoposti  a test)  è affetto  da   una malattia  biologica alle ossa  di origine genetica,  senza  avergli mai fatto fare una radiografia, solo perché è lento nel correre, ha fatto cadere molti ostacoli nella  corsa  ad ostacoli, non cammina come la media dei ragazzi della sua età e le sue prestazioni si  discostano  dalle prestazioni   medie  dei suoi coetanei? Non solo, ma se vi dicesse anche che, data la natura della patologia,  dovete compensare questo disturbo facendolo camminare con le  stampelle,  non deve più saltare,  fare esercizi  perché,  oltre a non servire a niente,  lo affatica  e  può causargli  delle frustrazioni?
 Quale destino avrebbe vostro figlio?  Non ve lo ritrovereste  forse dopo qualche anno  depresso  e  complessato su una  sedia a rotelle? Pensereste che ci sia qualcosa di tremendamente sbagliato! Eppure è stata fatta una legge, la legge 170/2010,  con lo scopo dichiarato di aiutare  gli alunni affetti da questi disturbi, ma che di fatto ne ha  ratificato l’esistenza dandogli valore legale.
Da anni  sono stati  fatti notevoli sforzi per  diminuire la dispersione scolastica; ora qualcuno ha trovato un modo  “scientifico” per crearla. Accade che nei consigli di classe non si faccia altro che elencare il numero dei dislessici,  il tipo di disturbo dell’apprendimento di questo e quell’alunno, del ritardo mentale di uno e dell’iperattività dell’altro. Si ha allora la sensazione di vivere in una scuola malata,  dove i malati  però non sono gli alunni. Per fortuna durante le lezioni in classe, grazie alla voglia di vivere, alla vivacità, all’allegria ed all’esuberanza degli studenti,  queste sensazioni negative e angoscianti spariscono.
Margherita  Pellegrino

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