La famiglia di Brambilla: "Il suocero di Arrighi risarcisca i danni"

arrighi_negozio_smallL’imprenditore delle pompe di benzina fu ucciso a colpi di pistola dall’armiere comasco. I parenti ora chiedono 300 mila euro anche a chi lo aiutò a disperdere il cadavere

«Alla famiglia di Giacomo Brambilla è stato leso il diritto alla pratica del culto del loro caro», il cui corpo «è stato barbaramente deturpato». E tale distruzione «è conseguenza diretta delle azioni compiute dal La Rosa». I famigliari dell’imprenditore delle pompe di benzina ucciso nel febbraio 2010 da Alberto Arrighi con più colpi di pistola all’interno dell’armeria di via Garibaldi, hanno depositato in queste ore un atto di citazione contro il suocero di Arrighi, Emanuele La Rosa, per chiedere un risarcimento danni da 300 mila euro.
 Emanuele La Rosa, infatti, concorse con l’omicida nella distruzione e nel vilipendio di cadavere, la cui testa fu rinvenuta nel forno della pizzeria di famiglia a Senna Comasco e il resto in un dirupo di Crevoladossola, in Piemonte. Una crudeltà che si è aggiunta all’omicidio, e che ora ha portato gli avvocati della moglie di Brambilla, ma anche del figlio minorenne, dei genitori e del fratello a chiedere un risarcimento danni: 70 mila euro a testa per moglie e figlio, 50 mila euro per le altre vittime, per un totale di quasi 300 mila euro. L’atto di citazione è stato depositato in tribunale a firma Anna Maria Restuccia e Fabio Gualdi, i legali dei famigliari, e si è reso necessario in quanto il patteggiamento del suocero di Alberto Arrighi – tre anni e cinque mesi – fu accolto dal giudice «senza liquidare, stante la scelta del rito alternativo, il quantum dovuto a titolo di danno da reato», limitandosi a «quantificare le sole spese di costituzione di parte civile».

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