La fontana e i simboli della città, un discorso che porta lontano

Parole come pietre
di Marco Guggiari

Tra i buoni motivi dell’iniziativa con la quale gli “Amici di Como” permettono il ripristino della fontana di viale Geno c’è, dichiaratamente, il suo carattere di “simbolo” della città.
La definizione è giusta e fa pensare, su larga scala, a quanti simboli inanimati, e anche in carne ed ossa, siano un po’ dimenticati. Ognuno può compilare un proprio elenco.
Qui interessa però ragionare brevemente sul fatto che i simboli, di pietra o umani, sono parte della storia di una comunità

civile e le conferiscono una quota parte importante di identità. Lasciarli perdere progressivamente significa quindi gettare via un patrimonio che non è semplice retaggio del passato e polveroso lascito degli avi.
Como, oggi, soffre soprattutto per difficoltà che riguardano l’attuazione del presente. Basti pensare alla fatica con la quale procedono, o restano al palo, opere pensate e attese da anni. Si tratta di difficoltà che, di conseguenza, incidono su un assetto futuro che risulta sempre rinviato.
Siamo però sicuri che questa situazione, al netto della carenza di risorse finanziarie, non parta, a modo suo, da lontano?
Nella nostra città ci sono monumenti ammalorati il cui iter di progettazione creativa e motivazionale e di messa in opera insegnerebbero molto. Lo stesso può dirsi per i monumenti, civili e religiosi, preservati nel loro splendore. E ci sono personalità, frettolosamente accantonate, che per intelligenza, prestigio ed esperienza maturati sul campo, potrebbero ben figurare da saggi fuori dagli schieramenti militanti. Simboli, gli uni e gli altri, da interpellare, rivalutare, tesaurizzare.

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