La guerra e la capacità di sopravvivere

Correva l’anno 1943

Anno 1943. Il luogo: un paesino dell’Emilia. Personaggi: io e mia madre. Eravamo in Emilia; era il tempo di guerra e io e mia madre eravamo “sfollate” (allora si diceva così) in quanto a Milano, dove vivevamo, era il tempo dei grandi bombardamenti e mio padre aveva ben pensato di portarci dai nonni: lui era rimasto a Milano dove faceva il tranviere. Veniva ogni tanto a trovarci per farci sapere che era ancora vivo.
Mia madre, che aveva come obiettivo quello di tornare, prima o poi, a Milano con un sacco di farina, decise che saremmo andate a spigolare. Il grano allora veniva falciato a mano, raccolto in mannelli che poi diventavano covoni. I covoni, gettati con gesto lento dai contadini muniti di forcone sul carro tirato dai buoi, diventavano biche nell’aia in attesa della trebbiatura.
Nei campi restavano le stoppie, alte un palmo, che ti graffiavano le gambe. E le spigolatrici, con un grembiulino piegato in vita a mo’ di sacco, raccoglievano le spighe, tra le stoppie, spighe che rimanevano a terra durante la mietitura. Il tutto sotto un solleone che ti cuoceva anche il cervello.
Ho ricordo del caldo, delle graffiature, della sete, ma… c’era un obiettivo da raggiungere! Difatti, al ritorno a Milano (il fronte si stava spostando verso il nord) portammo a casa mezzo quintale di candida farina.
A mia madre non piaceva il riso e da qui la decisione di andare a spigolare.
Sapeva che a Milano – aurea risorsa in quei tempi – dietro la “petineuse” (vi sfido a sapere cos’è) in camera da letto c’era un sacco di riso, accantonato dal babbo durante il nostro periodo di sfollamento (che ogni famiglia aveva). Il sogno di mia madre era quello di prendere il sacco di riso e di darlo ai passeri, spargendolo sul viale Certosa dove abitavamo.
Mangiammo tutto il riso e tutta la farina della spigolatura, ringraziando Dio di averli avuti.
Paola Bonfiglioli

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