La lettera sull’accordo fiscale per i frontalieri. I sindacati italiani e svizzeri: «Mai dato il nostro assenso»

Dogana

«Uno sgarbo istituzionale» o, «nella migliore delle ipotesi un atto privo di conseguenze».
Dopo la politica, anche il mondo del lavoro contesta duramente la lettera con cui il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, e il presidente pro tempore del Canton Ticino, Christian Vitta hanno chiesto ai rispettivi governi nazionali di accelerare sulla ratifica dell’accordo fiscale del 2015 sui frontalieri,
Giuseppe Augurusa e Ivan Cameroni, presidenti dei consigli sindacali interregionali “Ticino, Lombardia e Piemonte” e “Sondrio Grigioni” (gli organismi di cooperazione transfrontaliera istituiti tra le maggiori sigle sindacali italiane e svizzere) hanno sintetizzato in un documento tutte le critiche al testo sottoscritto da Lombardia e Ticino, contestandone in primo luogo la legittimità.
«L’iniziativa, oltre che un atto di buona volontà risulta, in assenza di un esplicito mandato del governo, quantomeno uno sgarbo istituzionale nei confronti di tutti gli aventi causa, a partire dalle [altre] Regioni italiane coinvolte sul tema del lavoro frontaliero. Nella migliore delle ipotesi un atto privo di conseguenze. A frontiere ancora chiuse e con curve epidemiche ancora preoccupanti – scrivono Augurusa e Cameroni – ci domandiamo inoltre a chi giova aprire ora una questione così rilevante per il futuro di oltre 70mila persone».
Anche il metodo utilizzato finisce sotto accusa. «Nella missiva – si legge nel documento – si fa riferimento tra l’altro alla consultazione dei tanti stakeholder, tra cui, le scriventi organizzazioni sindacali italiane e svizzere, alludendo ad una sorta di placet delle stesse». Un assenso mai reso esplicito. Anzi.
«Nell’aprile del 2019 siamo stati effettivamente consultati, ma non ascoltati, da un sedicente “tavolo tecnico” con l’obiettivo dichiarato di valutare il consenso intorno all’accordo parafato, anche attraverso possibili scostamenti dal testo originario. Abbiamo presentato un articolato documento sottoscritto per la prima volta da tutte le 6 organizzazioni sindacali dei due Paesi, non mancando tuttavia di evidenziare, allora come ora, il tema delle competenze in materia fiscale e la necessità di un mandato chiaro dell’allora primo governo Conte, le cui componenti politiche non si sono mai dichiarate a favore di quel trattato, oltre alla necessità della riapertura del negoziato» e del fatto che «il testo parafato fosse nelle disponibilità delle parti consultate». Già, perché questo accordo firmato nel 2015 rimane un mistero o, come dicono più diplomaticamente i sindacati, «irritualmente indisponibile».
Augurusa e Cameroni contestano poi a Fontana il “cedimento” politico verso i sovranisti ticinesi e svizzeri, ricordando il «dibattito inaccettabile sulle tensioni nei confronti dei lavoratori italiani» sfociato «nel referendum “Prima i nostri” del 2016, promosso dalla destra populista. La punta di un iceberg», un macigno sulla strada del dialogo. Posto che «la classe dirigente svizzera, anche la più moderata, pare ancora troppo timida nel superare posizioni di retroguardia nell’interesse stesso del Canton Ticino. Troppo spesso – aggiungono i presidenti dei due consigli interregionali – si evocano le tensioni sociali vere o presunte generate dalla quantità crescente di frontalieri presenti nei Cantoni Ticino, Vallese e Grigioni; troppo poco, invece, si ricorda come questi lavoratori italiani sostengano quelle economie, impedendo la paralisi di interi settori quali l’edilizia, la ricettività e la sanità, solo per citare i più rilevanti».
La riforma fiscale, concludono i sindacati, ha senso soltanto se saranno risolte alcune «questioni prioritarie: un periodo di transizione adeguato tra vecchio e nuovo sistema, affinché la messa a regime non possa determinare effetti pesanti sulla vita delle lavoratrici e lavoratori frontalieri; la necessità di un corretto equilibrio rispetto ai carichi di famiglia che i due sistemi – italiano e svizzero – rischiano di rendere iniqui; l’introduzione delle franchigie fiscali adeguate a tutelare i salari medio bassi; un’attenzione ai rischi della doppia autorità fiscale e della doppia imposizione».

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