LA LEZIONE DI ALEX ZANARDI, UOMO E ATLETA CHE HA SAPUTO DIVENTARE CAMPIONE DI VITA

RISPONDE RENZO ROMANO:

Alex Zanardi è un grande! Sia come uomo, sia come atleta. Ha saputo vincere la sfortuna, il suo handicap dopo un gravissimo incidente quando era campione di automobilismo, e ora ha conquistato ben due medaglie d’oro gareggiando con la sua handbike alle Paralimpiadi di Londra. Inoltre – è notizia di questi giorni – in un sondaggio lanciato dal Comitato Paralimpico Internazionale, per votare l’atleta del mese, il campione italiano è risultato il più rappresentativo dei Giochi olimpici britannici. In un’intervista ha confessato che non può vivere senza lo sport e dedica le sue vittorie alla famiglia e ai suoi amici che lo hanno sempre incoraggiato a non arrendersi mai. Grande uomo Zanardi (e come lui tantissimi altri, come Annalisa Minetti, Oscar Pistorius, Vittorio Podestà e il ciclista comasco Roberto Bargna). E grande lezione di vita per tutti noi, troppo spesso arrendevoli di fronte alle piccole difficoltà della vita quotidiana
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Massimiliano Sensini

Caro Massimiliano,
a beneficio dei lettori meno attenti alle cronache sportive ricordo che Alex Zanardi è un pilota automobilistico la cui carriera  si è conclusa con un tragico, gravissimo incidente avvenuto il 15 settembre 2001 in Germania nei pressi di Brandeburgo a pochi giri dal termine della gara quando era in prima posizione. Avvenne che al rientro in pista, dopo una sosta ai box per il rifornimento di carburante, la vettura di Zanardi fu  investita da una macchina che sopraggiungeva ad altissima velocità. L’urto fu violentissimo, la vettura del pilota bolognese si spezzò letteralmente in due. Zanardi ebbe entrambe le gambe amputate dall’incidente. Il suo recupero ebbe del miracoloso.
Le vicende più recenti legate a Zanardi sono quelle da lei riassunte.
La sua ammirazione per l’uomo, oltre che per il campione, è ben motivata e del tutto condivisibile. Lo sport, o meglio l’attività sportiva, è una formidabile panacea in grado di guarire “dentro”, nell’anima di chi è colpito da una disavventura. Lo sport, il vero sport, che trova motivazione non già nei guadagni ma nella soddisfazione di mettersi in gioco nel confronto con gli altri cercando di dare il meglio di se stessi, è miracoloso elisir per i protagonisti ed anche per coloro che ne condividono e apprezzano l’impegno come amici  o familiari.
Nella competizione si libera e si materializza la “voglia” di vivere, una voglia contagiosa e stimolante anche per chi lo sport lo fa seduto in poltrona soffrendo per i propri beniamini. Se poi i “beniamini” sono campioni anche di vita per il coraggio con cui hanno saputo e sanno affrontare gravissimi handicap fisici, allora  quella sofferenza nel fisico e nell’anima che si coglie nei loro sforzi si eleva a vera e propria “lezione di vita per tutti noi, troppo spesso arrendevoli di fronte alle piccole difficoltà della vita quotidiana”.
Ho virgolettato la frase per sottolinearne la sua paternità, l’ho ripetuta per ribadire la convinta assoluta condivisione.
Quello che lei scrive, caro lettore, non è saccente e vuota retorica, facile pietismo per indurre commozione. La valenza e il significato dello sport con tali maestri protagonisti si eleva a insegnamento prezioso per tutti.
La vita è una corsa nel tempo. Una corsa a ostacoli che spesso ci appaiono così alti da farci sentire perduti, sconfitti, impotenti, rassegnati. Ostacoli che assumono forme e contorni disegnati dalla nostra incapacità di accettarli. Talvolta si tratta di veri e propri ostacoli fisici determinati da incidenti che limitano le possibilità di movimento e quindi incidono pesantemente sulle abitudini di vita e sull’attività di chi è colpito ed anche di coloro che ne condividono l’esistenza.
Più spesso si tratta di ostacoli che colpiscono dentro. Il dolore infinito per la perdita di una persona carissima, la malattia impietosa, la sensazione di impotenza di fronte alla sofferenza di chi ci sta vicino sono ostacoli durissimi da affrontare. Non ci sono medicine che possano scalfirne l’asperità o alleviarne la pena. L’impotenza, la consapevolezza di non potere fare nulla di nulla è peggio di qualsiasi sofferenza fisica.
La speranza è nel Cielo, la forza la si deve trovare in se stessi. Il cimento in una gara sportiva, la vittoria o la sconfitta, mettono in gioco non solo i muscoli ma anche il cuore, la ragione, l’anima. L’impegno agonistico risveglia dal torpore della rassegnazione, scava negli angoli più nascosti del nostro io, scopre e porta alla luce quel che è rimasto della nostra voglia di vivere sepolta nelle macerie dello sconquasso fisico e mentale provocato da qualche disgraziato accadimento.
La preziosità dell’insegnamento di Zanardi e degli altri atleti da lei ricordati è nell’esempio che essi ci hanno regalato e regalano.  Un grazie è doveroso.

 

 

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