Cultura e spettacoli

La monaca di Monza rivive in un romanzo-verità

Sulle tracce del passato
Evocata per i bei capitoli che Alessandro l Manzoni le ha dedicato nel suo capolavoro I promessi sposi e perché divenuta simbolo, nei secoli, di quella morbosità che caratterizza la monacazione forzata e le conseguenti macchinazioni violente di un amore nato tra le pareti claustrali, la vicenda della monaca di Monza è ormai patrimonio del sapere comune.
Pochi sanno, però, chi fosse, realmente, la monaca di Monza raccontata dal Manzoni. Si chiamava Marianna de Leyva e nacque a Milano nel

1575. Era una ragazzina spensierata che giocava con la vita di corte e sognava il matrimonio.
Il padre, il conte di Monza Martino de Leyva y Marino, la costrinse, giovanissima, ad entrare nell’Ordine di San Benedetto con il nome di Suor Virginia.
Il resto è storia nota. Dopo che fu smascherata la relazione con Gian Paolo Osio (che il Manzoni chiamerà Egidio), quello stesso cardinale Federigo Borromeo che perdonò l’Innominato ordinò contro di lei un processo canonico che si concluse con la condanna a essere murata viva per tredici anni.
Proprio così, per tredici anni in una cella senza porta e senza finestre, con pane e acqua e la sola consolazione di una Bibbia.
Ma nonostante il freddo, la denutrizione e la solitudine, Marianna de Leyva non impazzì. Sopravvisse, e una volta liberata trascorse il resto della sua vita nella Pia Casa delle Convertite di Santa Valeria a Milano. «Un filare di mattoni, poi il secondo, il terzo…»: qui comincia, dall’edificazione angosciosa del muro che la rinchiuderà, il romanzo che la lecchese Claudia Molteni Ryan, giornalista e insegnante di storia dell’arte in un liceo linguistico, ha dedicato a Marianna de Leyva intitolandolo, semplicemente, Virginia (Leone Editore, 9 euro).
Con questo ultimo libro, la Molteni Ryan si è aggiudicata il premio sezione narrativa al “Concorso Letterario Internazionale Villa Selmi”.
L’autrice si cala nei panni della povera monaca, e prova a immaginare che cosa significhi essere smascherata, buttata in una cella e dimenticata.
Ascoltiamo Marianna nel suo buco, stagione dopo stagione a pregare e a contare i giorni. È lei stessa ad alta voce (per non impazzire e poter ascoltare una voce umana, la sua) a raccontare, a dipanare il filo che l’ha portata fino lì. Realisticamente, l’autrice la vede pentita dei suoi peccati, anche se oggi a rileggere la sua storia d’amore (perché di passione erotica si trattò, ma suggellata dall’amore) fanno sorridere quelle esagerate parole di pentimento.
Il sentimento di Marianna fu sincero, e come spesso accade la donna passò per seduttrice e fedifraga quando invece fu lei a più riprese a tentare di porre fine alla relazione.
A pagare fu anche Gian Paolo Osio. Uccise tre persone per nascondere la tresca (due monache e il fabbro che fece le chiavi della porta attraverso cui dalla sua casa passava nel convento) ma fu scoperto, condannato a morte e poi assassinato da un uomo ritenuto suo amico. Non poté veder crescere Alma Francesca, la figlia tanto amata che ebbe da Marianna.

Katia Trinca Colonel

Nella foto:
La copertina del romanzo dell’autrice lecchese Claudia Molteni Ryan Virginia
3 gennaio 2013

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