La ’Ndrangheta a Cantù, condanne per oltre un secolo

Piazza Garibaldi a Cantù nelle riprese della Dda di Milano

Sì, la ’ndrangheta era attiva in pieno centro a Cantù, nelle serate del “Mercoledrink”, nei locali affacciati su piazza Garibaldi, tra i ragazzi che frequentavano le notti brianzole per divertirsi. In mezzo a loro si muoveva subdola la malavita organizzata di stampo calabrese. È questo quello che ha sancito il Collegio di Como con la sentenza letta ieri alle 10.53, dopo una camera di consiglio durata meno di un’ora. È stata a suo modo una giornata storica quella vissuta all’interno del palazzo di giustizia di Como. Nove condanne, tre per associazione di stampo mafioso, le altre per reati come estorsioni e pestaggi aggravati dal metodo mafioso. Le pene vanno da un massimo di 18 anni per Giuseppe Morabito, 32enne residente a Cantù, nipote del boss “U Tiradrittu”, fino ad un minimo di sette anni per Luca Di Bella, 28 anni, l’unico che ha potuto assistere a tutte le udienze del maxi processo comasco dal regime dei “domiciliari”.

Nel mezzo, per un totale di anni che ha superato il secolo (101 per la precisione), è stata riconosciuta l’associazione anche al 46enne Domenico Staiti (16 anni e 6 mesi di reclusione) e al 23enne Rocco Depretis (16 anni e 4 mesi). Staiti, Depretis e Morabito sono stati riconosciuto dal Collegio come componenti del Locale di Mariano Comense.

Agli altri imputati, cui non veniva contestata l’associazione ma l’aggravante dell’utilizzo del metodo mafioso per compiere reati di vario tipo (tra cui le angherie nei confronti dei locali pubblici di piazza Garibaldi a Cantù e dei loro clienti), i giudici hanno inflitto pene più basse ma comunque importanti: 9 anni e 8 mesi ad Antonio Manno (23 anni), 9 anni e 8 mesi a Valerio Torzillo (24 anni), 8 anni e 8 mesi a Emanuele Zuccarello (29 anni), 7 anni e 8 mesi a Jacopo Duzioni (26 anni), 7 anni e 8 mesi ad Andrea Scordo (34 anni). Le multe complessive per i nove imputati hanno toccato la cifra di 79.500 euro.

Si è concluso così un processo che fin dall’inizio si era fatto notare per essere “turbolento”, tanto che il presidente del Collegio aveva dovuto richiedere – dopo le prime udienze – la presenza in aula delle forze dell’ordine. Gli stessi imputati hanno poi seguito le udienze – tranne quella iniziale – collegati in videoconferenza dal carcere dove erano detenuti.
Le richieste del pubblico ministero della Dda, Sara Ombra, erano state solo lievemente più alte, arrivando ad un totale di 113 anni. Ma l’impianto accusatorio è stato confermato nella sua interezza, compresa la tanto battagliata aggravante del metodo mafioso che secondo le difese non sussisteva.

Il Collegio di Como si è preso novanta giorni per il deposito delle motivazioni della sentenza.

Secondo quanto sostenuto dall’Antimafia di Milano, attorno ai locali di piazza Garibaldi a Cantù (Comune che non si è costituito parte civile, sollevando non poche polemiche) sarebbe andato in scena un tentativo esplicito di controllo delle attività economiche proprio da parte di soggetti che la sentenza di ieri ha sostenuto essere aderenti alla ’ndrangheta. Estorsioni, pestaggi, esplosioni di colpi di arma da fuoco, promesse di “protezione”, pure una gambizzazione che avevano come scopo l’accreditarsi come “controllori” delle attività commerciali nel centro della città. Le difese ovviamente non si fermeranno qui. La palla fin da ora è già pronta per essere passata all’Appello di Milano.

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