«La nostra tragedia umana non diventi scontro politico»

Agop Manoukian commenta le tensioni tra Francia e Turchia
La sua famiglia, suo padre e suo nonno, fuggirono nel 1909. Quando, nella regione della Cilicia, i turchi si resero autori di un massacro nel quale morirono oltre 30mila persone. Approdarono a Trieste, dove già c’era una piccola comunità armena. Il resto è storia dell’industria italiana: la famiglia Manoukian divenne proprietaria dell’impero Lechler, colosso di vernici e prodotti chimici con quartier generale a Como.
L’azienda è passata di mano, di generazione in generazione, la famiglia è cresciuta e si è radicata in Italia. Ma l’identità armena del clan dei Manoukian è rimasta viva e fortissima. Un senso di appartenenza che serve per commentare, con spirito critico, la crisi diplomatica in corso tra Francia e Turchia sul genocidio armeno. Il governo turco giudica insultante il recente voto dell’Assemblea nazionale francese: giovedì scorso, la maggioranza dei deputati in Aula ha approvato un testo di legge contro il negazionismo del genocidio armeno ad opera dei turchi nel 1915. Un fatto storico già riconosciuto ufficialmente dalla Francia nel 2001: la nuova legge punisce chi lo nega, come accade per il genocidio degli ebrei. La pena: fino a un anno di carcere e 45mila euro di ammenda.
«Il governo francese – ha detto il premier turco Erdogan – gioca con l’odio contro i turchi e contro i musulmani per motivi elettorali».
Una polemica che ferisce Agop Manoukian, presidente di Lechler Spa, e autore del libro che racconta la storia dell’azienda chimica. Classe 1938, industriale e studioso, Agop è figlio e nipote di chi scappò dalla massacro della Cilicia. «Nella nostra comunità – spiega – nutriamo una forte perplessità sull’utilizzo politico della vicenda». Un “balletto”, fa intendere Agop Manoukian, che non piace alla comunità armena: «Il candidato del partito socialista aveva promesso agli armeni delle periferie di Parigi che avrebbe portato avanti questa legge. Poi, Sarkozy se n’è assunto la paternità».
«Vede – continua l’industriale – molti intellettuali turchi stanno intraprendendo un percorso che porta a un progressivo riconoscimento di questi fatti. La crisi diplomatica tra Turchia e Francia certo non aiuta questo processo, non incoraggia il disgelo tra le parti». Il premier Erdogan sembra molto netto, deciso, nella condanna alla legge anti-negazionista. «Quelle sono le posizioni ufficiali – precisa Manoukian – ma la società civile turca è in fermento su questi fatti. E sta compiendo un progresso, pur in tutte le sue contraddizioni».
Agop Manoukian è scettico anche sul contenuto della legge. Da un armeno, ci si aspetterebbe un plauso totale. E invece, lui fa notare che «c’è un dubbio di fondo: la verità può essere imposta da una legge? Il negazionismo è qualcosa di profondo, complesso. Che fa parte, in qualche modo, di una certa libertà di pensiero. Una persona può pensare qualcosa di lontano dalla realtà: è giusto che venga punito? La legge è un segnale, ma al riconoscimento della verità bisogna arrivare con convinzione, seguendo un percorso».
Agop, 73 anni, è nato dopo il genocidio armeno. La sua famiglia era già scappata dal massacro.
«Mio padre aveva nove anni, suo padre e altri familiari scapparono più di cent’anni fa, nel 1909. Salirono su navi straniere che presidiavano la costa, arrivarono a Trieste, contando sull’appoggio di una piccola comunità armena. Ripartirono da zero».
Onnik Manoukian venne assunto come chimico alla Lechler nel 1925 e, dopo essersi sposato con la figlia di uno dei tre nuovi proprietari, entrò lentamente nell’ambito direttivo dell’impresa. Fino a creare una delle aziende italiane più conosciute nel mondo.

Andrea Bambace

Nella foto:
Agop Manoukian, presidente di Lechler Spa, nato nel 1938, è figlio e nipote di chi scappò dal massacro della Cilicia

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