Cultura e spettacoli

La parola creativa è vita e desiderio

altAlina Rizzi. L’autrice comasca svela i suoi segreti del mestiere «Il talento non s’inventa», dice. E si batte per un futuro di libri fatti di carta «Erotici i miei primi romanzi? Trattavano d’amore come “Madame Bovary”»
Alina Rizzi non ama dare consigli a chi vuol scrivere. «E non credo nelle scuole di scrittura creativa, pur avendone frequentata una delle prime, anni fa, con Giuseppe Pontiggia. Per il semplice fatto che l’italiano corretto si può imparare anche a scuola, ma il talento non s’inventa. La capacità di entrare in empatia con il pubblico e raccontare la storia che ha bisogno, più o meno consapevolmente, di leggere, credo sia un dono e come tale va trattato, cioè senza arrabattarsi perché dia frutti economici a qualunque costo».

E poi, sottolinea Alina, «scrivere per lavoro, come fa un giornalista, come faccio anche io, non è come scrivere un romanzo, un racconto o una poesia. La scrittura creativa è desiderio e urgenza: se mancano questi elementi imprescindibili meglio lasciar perdere. Anche perché, visto i tempi che corrono, solo se si è molto motivati interiormente si può continuare a lavorare ai propri testi, dopo le prime inevitabili delusioni».

 

Su cosa sta lavorando adesso?
«Mi dedico alla promozione del mio ultimo libro, Bambino mio. Quello che le madri non dicono. È scomodo, cerca di entrare nella sofferenza indicibile e considerata “vergognosa” delle madri. Ho voluto raccontare e immaginare i dubbi e le paure di donne lasciate sole con un evento sconvolgente – sia nel bene che nel male – come la maternità. Non è stato facile, è il risultato di anni di lavoro e di ricerche, ma la gratitudine che mi arriva da donne e uomini, durante le presentazioni, mi ripaga di tutta la fatica e mi convince sempre più che, solo scrivendo di ciò che è importante per sé, si può trasmettere qualcosa e condividere».
Ci sarà un futuro per il libro di carta, o gli scrittori diventeranno tutti “liquidi”?
«Adoro la carta: i fogli, i quaderni, i libri. Ho seguito recentemente un corso di legatoria per cucirmi da sola i miei taccuini. Scrivo a mano un diario da quando avevo 20 anni e al momento ho riempito 54 grossi quaderni. Non posso neppure immaginare una vita senza libri di carta, spago e colla. Non ho niente contro gli e-book: se invogliano più gente a leggere vanno benissimo. Ma amo l’oggetto libro, oltre al suo contenuto, col suo odore e il suo peso. Devo vedere i miei testi stampati, per poterne scovare pregi e difetti. Non credo assolutamente che gli e-book sostituiranno i libri tradizionali. Del resto, l’invenzione dell’aspirapolvere non ha fatto sparire tutte le scope dal pianeta».
Quanto conta il genere letterario?
«Questa mania degli editori di voler catalogare i testi in un preciso genere è insopportabile. Capisco che loro debbano compilare delle collane, e quindi suddividere i testi per approntare un catalogo che sia pratico da consultare, ma non tutto si può incasellare. Ho sempre odiato l’etichetta di libri erotici, data ai miei primi romanzi: trattavano d’amore e passione, come Madame Bovary o Anna Karenina, ma nessuno si è mai sognato di definire questi ultimi “erotici” e non credo esista un “genere” di scrittura femminile. Credo esistano libri scritti dalle donne pensando ad altre donne, nella speranza che insegnino qualcosa anche agli uomini. Anni fa, i libri scritti da donne erano per lo più di argomento intimistico, perché è della vita interiore che le autrici avevano maggiore esperienza. Oggi non si può più dire la stessa cosa: le donne lavorano, viaggiano, fanno ogni genere di esperienza che prima facevano solo gli uomini. Quindi pubblicano libri di tutti i tipi e va benissimo così. La mia personale preferenza resta per gli scritti diaristici e autobiografici di donne moderne o del passato, e per i romanzi in cui, però, il proprio vissuto è filtrato dall’obiettivo letterario e quindi assume un valore più profondo e universale».

L.M.

19 ottobre 2014

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