La paura dei Comuni di frontiera. Chi lavora in Ticino è più a rischio

Ponte Chiasso

Ormai soltanto un quarto dei frontalieri continua regolarmente a lavorare. Lo dicono le statistiche elvetiche dei transiti in frontiera, ridotti da una settimana a questa parte del 73%.
Numeri in qualche modo significativi, certo, ma pure bugiardi. Perché non tengono conto dei molti italiani “costretti” a dormire in settimana in Ticino o dei tanti che hanno scelto liberamente di trovare una sistemazione provvisoria vicino al luogo di lavoro.
In ogni caso, sono tuttora migliaia i comaschi che si muovono ogni giorno verso il Ticino, dove i dati del contagio da Covid-19 sono tuttavia molto più pesanti che nella provincia lariana. In percentuale sui residenti, almeno il triplo: lo 0,34% contro lo 0,106%.
Nelle zone dove più numerosi sono i frontalieri, c’è paura. Paura che il virus si diffonda. Le misure di contenimento, e in particolare l’obbligo di stare a casa, non può essere rispettato da chi ogni giorno va a lavorare in un ospedale o in una fabbrica oltreconfine.
Il governo del Ticino ha tentato di imporre regole molto severe, ma ieri da Berna è arrivata una doccia fredda: ogni decisione sulla chiusura delle attività produttive spetta alle autorità federali. Le decisioni di Bellinzona valgono nulla. Oggi il Consiglio federale discuterà comunque della questione ticinese per decidere se dare via libera alle misure ticinesi, non in linea al momento con l’ordinanza nazionale.
La paura, si diceva. Fatta propria dagli amministratori locali. Sempre ieri, in un documento scritto per chiedere la riapertura del valico di Bizzarone, i 21 sindaci dell’Olgiatese hanno chiesto «che la Svizzera valuti concretamente la sospensione di ogni attività produttiva, a esclusione di quelle necessarie all’erogazione dei servizi essenziali alla popolazione. Lo stato in cui si trovano a dover lavorare in questi giorni tantissimi nostri cittadini frontalieri, che ci stanno contattando preoccupati per la loro salute alla luce delle misure attuate finora dal Canton Ticino, ci costringe a prendere una posizione – si legge nel documento – Pensiamo in prima battuta ai tanti medici e infermieri italiani impegnati a dare senza sosta assistenza sanitaria ai cittadini svizzeri; pensiamo a tutti quei lavoratori impegnati a garantire l’apertura, il funzionamento e la sicurezza delle tante aziende produttive ancora oggi funzionanti. I frontalieri e gli italiani sono la spina dorsale del Ticino e non possiamo accettare siano trattati in questo modo».
A Porlezza, il comune comasco con il maggior numero di frontalieri dopo Como, il sindaco Sergio Erculiani parla di «timore reale», di «preoccupazione concreta. Da tempo stiamo chiedendo alla Svizzera una stretta nelle misure anti-contagio. Ai nostri frontalieri chiedo invece di essere estremamente prudenti, di evitare luoghi pubblici affollati oltreconfine, e una volta rientrati, se possibile, di tenere distanze di sicurezza e precauzioni anche in casa».
Sulla questione è intervenuto ieri anche Alessandro Alfieri, senatore del Pd: «Se i sindaci chiedessero il controllo della temperatura alla dogana in ingresso in Italia, sarei d’accordo. Potrebbe essere l’unica misura in grado di proteggere la fascia di confine dal contagio di ritorno».

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1 Commento

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    Maurizio , 27 Marzo 2020 @ 12:08

    Leggo sempre cose più assurde riguardante il vostro modo di fare.
    Prima fate i grandiosi
    E in un caso di emergenza come questo
    Non chiudere tutte le attività lavorative??
    E assurdo!!
    Poi dite di controllare la temperatura delle persone???
    E se l’ho appena preso come fate a vederlo?
    E come fate a vedere gli asintomatici??

    Io da frontaliere se mi dovesse succedere qualcosa vi cito per danni
    In quanto per causa vostra ho 5possibilita
    Su 5 di contrarre il virus e
    Trasportarlo in casa.

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