LA PENURIA E IL PATRIMONIO

di LORENZO MORANDOTTI

Teatro dell’assurdo
Una realtà schizofrenica è l’ennesimo paradosso che il Lario si regala per discendere con maggior celerità la china e offrire un sovrappiù di comicità surrealista sul palcoscenico del mondo.
Da un lato un territorio ammirato e sognato come meta turistica di assoluto riguardo, sinonimo ancora per qualche tempo, in Italia e in Europa, di ville di charme, paesaggi romantici, luoghi d’arte e storia ancora tutti da scoprire con l’aggiunta – perché no? – sapori tipici capaci di far dimenticare

anche solo per il tempo di un piatto consumato in un crotto le ossessioni del fast food globalizzato.
Dall’altro lato della medaglia, una clamorosa quanto sconfortante penuria di risorse per promuovere e di conseguenza anche per tutelare in modo serio e non velleitario o rapsodico tale patrimonio, con vetrine adeguate al lignaggio delle eccellenze da favorire e soprattutto capaci di sostenere l’urto della concorrenza su un mercato sempre più agguerrito e poco propenso ad atti di benevolenza samaritana. Non sono bastati e non bastano per rimediare alla scarsa capacità imprenditoriale dei lariani, e per restare a galla, testimonial di alto profilo come l’attore lariano di adozione George Clooney o fenomeni come Lariowood e i suoi set internazionali (da Guerre Stellari a Ocean’s twelve), peraltro frutti del caso o del capriccio dei produttori e non ancora sfruttati a dovere.
Rimaniamo incapaci del benché minimo lavoro di squadra in un terreno che coralmente si continua – con insopportabile ipocrisia – a dichiarare strategico, vitale, ineludibile. Intanto chi paga lo scotto, oltre all’immagine del territorio – che rimane comunque un’entità immateriale e imponderabile – è qualcosa di molto concreto, tangibile e fonte di dolori. Sulle spalle degli operatori – nessuno escluso: dal dirigente al più umile dei camerieri – infatti pesano e sono destinati a pesare ancor più in futuro i sacrifici a cui obbligherà questa situazione, che è a ben vedere degna del peggior teatro dell’assurdo. Con l’aggravante – non potendo spendere sul fronte della promozione – di scenari che si prospettano apocalittici proprio quando sarebbe opportuno investire e cioè con l’approssimarsi di eventi mondiali come l’Expo 2015 (comunque vada l’agone elettorale nel capoluogo di regione).
C’è però un insegnamento da trarre da questa ennesima lezione di amore per il territorio espressa da Como. Si avvicina infatti, anche per il settore del turismo, il punto critico di non ritorno, dopo il quale la corda si dovrà inevitabilmente spezzare e del vaso di coccio in mezzo a tanti vasi metallici che è il Lario resteranno solo cocci. Però, prima di spazzarli via e magari svenderli a qualche investitore straniero a caccia di saldi e alberghi da riconvertire in più redditizie residenze private, qualcuno dovrà essere ritenuto responsabile di questo tsunami economico. A meno che altri, in vista di simile débâcle strutturale, non decidano, alla venticinquesima ora, di correre ai ripari.

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