LA PERDITA DI UN FIGLIO È UNA SOFFERENZA ATROCE. IL DOLORE DI DUE PADRI E LO SPORT “INNO ALLA VITA”

Risponde Renzo Romano:

“Questo è per te, figlio mio”. Così Billy Sharp, capitano di una squadra inglese di seconda serie – alzando la maglietta e svelando la scritta dopo aver segnato uno splendido gol – ha voluto dedicare la rete al figlioletto di due anni, morto pochi giorni prima della partita. Un gesto che ha commosso l’Inghilterra, il popolo web che ha visto il video ovunque e tutti gli appassionati di calcio. Penso a questo fatto e ne resto commosso e stupefatto, anche perché tutto era già stato pensato e scritto dal calciatore prima dell’inizio della partita… e poi realizzato come in un film.
Cosa permette questi “miracoli”? La forza di volontà? L’amore per un figlio perso troppo presto? O cos’altro?
Poi penso alla morte – anch’essa prematura e assurda – di Marco Simoncelli, un campione, un ragazzo bravo e allegro. E alla richiesta di suo papà di fare un minuto di casino (non di silenzio) ai piloti colleghi del figlio per ricordarlo prima di una nuova gara. Insomma, è giocoforza pensare che lo sport è vita. E spesso insegna molto di più di una lezione universitaria.
Marcello Giannino

Caro Marcello,
“nessuno dovrebbe seppellire il proprio figlio”. È assunto indiscutibile perché quando accade, e accade, nell’animo di un padre si scatena il finimondo. È uno sconquasso. 
La ragione è impietrita, annichilita di fronte alla disumana assurdità di tanta tragedia. L’intelligenza annaspa alla ricerca almeno di un’ombra dietro la quale si possa intravedere traccia di spiegazione, sia pure affaticata, confusa, sofferta, di un così atroce accanimento.
Il pensiero, non ci sono più pensieri nella testa di un padre di fronte a quello che resta di suo figlio. Il cuore, il suo battito disegna una curva impazzita. Il petto a fatica riesce a contenerne i sussulti.
Un padre che “deve” seppellire suo figlio non è un uomo. La sofferenza è così atroce che ogni traccia di razionalità è spazzata via dall’incontenibile violenza del dolore.
La resa dell’intelligenza è assoluta. Prevale il sentimento. Un sentimento tuttavia non temperato, guidato, assistito, un sentimento libero da ogni vincolo.
Pensa il padre, o meglio crede di pensare. Quel che resta del suo pensiero in quei terribili giorni è in realtà estremo, inutile tentativo di credere che quello che è avvenuto non sia vero o almeno che non possa essere accaduto proprio a lui. Nello sfacelo fisico e mentale la speranza che sia solo un sogno terribile, un incubo.  Nella vana attesa che l’incubo si dissolva, il padre “vive”, vive nella sua realtà, una realtà dove ogni gesto, ogni pensiero corre verso il volto di suo figlio, il suo sorriso, le sue speranze.
Coloro che non sono stati sfortunati protagonisti di tale tristissimo accadimento non possono in alcun modo “comprendere”, ne tanto meno permettersi alcun commento sul comportamento di un padre privato del proprio figlio. La tragedia vissuta da fuori è solo pallida e irrilevante ombra dell’accaduto.
La reazione di un padre a un immane dolore qual è quello di un figlio che lo lascia anzitempo è espressione
del suo dolore, della sua sofferenza, della sua impossibilità di accettare l’accaduto.
Lei ha ragione, caro Marcello, “lo sport è vita”; di più, è “inno alla vita”. La vita è negazione della morte, lo sport nulla può avere in comune con la morte. Sport e morte sono estremi lontanissimi.  Quando questi estremi si toccano, si intersecano, quando uno sportivo è toccato direttamente o indirettamente da questo accaduto, allora l’impressione e il relativo impatto su tutti noi suscitano  sentimenti di commozione sincera e sentita.
Ho aperto questo pezzo scrivendo che “nessuno dovrebbe seppellire il proprio figlio” a significare l’immenso dolore di un genitore in questa circostanza. Pur con la dovuta cautela e delicatezza, mi sento di dire che la scomparsa di un campione è, per chi ama lo sport, una sorta di tragedia collettiva che coinvolge moltissimi. Il ciclista che scala le montagne del cielo, il calciatore che gioca con gli angeli, l’atleta che insegue le nuvole sono immaginifiche espressioni che nascondono la nostra incredulità e il rifiuto di quanto è accaduto.
La “collettività” della tragedia ne esalta la dimensione e la partecipazione; tuttavia, poi, la realtà si ricompone, la normalità ridiventa padrona del nostro vivere, lo sportivo scomparso trova definitiva sistemazione nell’Olimpo dei campioni. Resiste invece, resiste fino a quando nessuno può dire, il dolore “tutto e solo suo” del padre che ha dovuto seppellire suo figlio.
La memoria della collettività è labile, dimentica facilmente, e questo non sempre è bene. La memoria di  un padre è ferrea, ripercorre ogni istante, fa rivivere ogni sensazione, è sempre “viva. Questo è sempre bene. L’uomo sopravvive a ogni tragedia collettiva. Un padre non sempre. Quando ci riesce non si illude, tuttavia, di averne alcun merito. La coscienza di un aiuto del Cielo tocca anche coloro che “credono di non credere”.
Caro Marcello, non tento neppure di dare risposte alle sue impegnative domande. Non ne sono capace.

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