La Pioggia di “cento” all’esame di maturità

Scuola: analisi di un fenomeno
Fioccano i “cento” agli esami di maturità. È nobile competizione tra gli istituti superiori della città che si confrontano e affrontano a suon di voti massimi.
Mi associo alla gioia dei ragazzi e delle ragazze, mi compiaccio con le loro famiglie.
Non sempre la nostra scuola superiore è all’altezza delle aspettative del mondo imprenditoriale e universitario, ma in compenso è mirabilmente generosa con i suoi alunni.
Passata la contagiosa euforia di fronte alla straripante esplosione di conoscenze e capacità enfatizzata e premiata dall’inaspettata nevicata di “cento”, è tuttavia lecito chiedersi che cosa ci sia dietro quei voti prestigiosi.
La domanda è legittima e doverosa anche in considerazione della ribadita e auspicata volontà di restituire alla nostra scuola credibilità e considerazione.
Presupposto indispensabile per soddisfare tale ambizione è la serietà con cui si svolgono gli esami di maturità. Determinanti e decisivi sono i criteri di valutazione delle prove d’esame definiti dalle diverse commissioni.
Un confronto tra i risultati della maturità non può prescindere da una uniformità di tali criteri.
Avviene invece che severità e generosità dei docenti non siano affatto equamente dosate non solo tra un istituto e un altro, ma neppure tra una classe e l’altra.
La conseguenza è l’assoluta impossibilità di qualsiasi comparazione tra i voti. Qualche volta il “cento” è il premio all’impegno costante lungo il triennio finale, piuttosto che la conseguenza numerica dei punteggi conseguiti nelle prove d’esame.
Vale allora chiedersi che senso possa avere l’esame stesso.
Trovo giusto e sacrosanto che il voto sul diploma debba essere l’estrema sintesi di tre anni di studio e pertanto benissimo fanno i professori a “premiare” gli studenti meritevoli adottando criteri elastici davanti a inaspettate débacle e incertezze nelle prove.
Il sospetto che tale metodo sia molto spesso disatteso è quasi certezza. Neppure vanno colpevolizzate le commissioni che assegnano i voti in modo meccanico, semplicemente sommando i punteggi delle prove scritte, del colloquio e del credito scolastico perché proprio questo prescrive la normativa. Sono due atteggiamenti diversi, ugualmente giustificati, che tuttavia creano palesi ingiustizie e soprattutto danneggiano la credibilità dell’esame di maturità.
È difficile accettare che in una classe ci siano magari cinque “cento” e in un’altra nessuno, o che in un istituto fiocchino i voti massimi mentre in un altro non ve ne siano affatto.
Quando si avranno i dati definitivi, i confronti si faranno addirittura tra una regione e l’altra del Bel Paese e allora, ma non sarà una novità, ne vedremo delle belle.
Dovrebbe far riflettere il Palazzo la decisione delle maggiori università di non prendere neppure in considerazione il voto del diploma per l’ammissione a certi corsi, preferendo piuttosto ricorrere ai famigerati “quiz” a crocette.
Gli attuali esami di maturità, didatticamente assurdi, praticamente inutili, minimamente significativi della preparazione dei candidati, poco o per niente credibili, potrebbero avere il grande merito di “cancellare” o almeno minimizzare le paure e le ansie che ancora colpiscono candidati e genitori che li devono affrontare. La definitiva caduta di credibilità di questi esami gioverebbe alla salute di molti e non sarebbe merito di poco conto. Intanto teniamoli così: poco credibili e causa di stress e preoccupazioni.
Sarebbe auspicabile perseguire almeno uno dei due obiettivi tra credibilità degli esami stessi e salute di studenti, genitori, professori.
La credibilità si può ottenere ridando dignità didattica e di valore all’esame stesso, la salute psichica di coloro che ne sono coinvolti, compresi i professori, eliminandoli senza attenuanti.
La terza via, esami seri senza stress, non sembra alla nostra portata.

Renzo Romano

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