La polemica: Campione, le critiche di Mario Botta al “suo” Casinò

Campione d'Italia, Casinò.

«Sedotto, viziato e abbandonato». Con un richiamo al titolo di un intramontabile classico della commedia all’italiana, la rivista bernese Reportagen ha raccontato, nel suo ultimo numero, la triste e confusa parabola di Campione d’Italia, dove «prima sono arrivati i milioni del Casinò e poi il fallimento».
La «Las Vegas delle Alpi», come la definisce nell’articolo l’ex vicedirettore di Io Donna, Marzio G. Mian, è oggi un luogo triste, quasi abbandonato, nel quale «il vento ha ammucchiato le foglie di due autunni agli angoli dei marciapiedi, l’insegna arrugginita dell’autobus oscilla e cigola a ogni brezza, i bidoni della spazzatura straripano nel parcheggio» ormai vuoto, uno dei tanti di una comunità con circa 1.900 abitanti che fino a poco tempo fa vivevano (forse) nel lusso.
D’altronde, dice don Eugenio Mosca intervistato da Mian, «la fortuna facile non è stata certo una benedizione divina, Dio non c’è quando c’è un eccesso di denaro per chi non fa sacrifici! Che cosa può essere l’abisso in cui è caduto il villaggio se non un segno del Signore?».
Al di là delle visioni più o meno apocalittiche del sacerdote campionese, una cosa è sempre stata chiara a tutti: il nuovo Casinò, voluto dalla prima amministrazione di Roberto Salmoiraghi e disegnato dall’archistar ticinese Mario Botta, è – oggi più di ieri – un gigantesco monumento fuori scala. Un mastodonte nella terra di Lilliput. Se n’è accorto lo stesso progettista, che nel lungo servizio di Reportagen non nasconde il suo errore, imputandolo però alla «cupidigia» di altri, i governanti campionesi che per costruire la casa da gioco gli pagarono tra l’altro una milionaria parcella.
«Confesso che mi fa male, quando lo vedo da Lugano», dice Botta a Mian. E come dargli torto. Adesso che le luci sono spente, la sera rimane poco più di una gigantesca ombra. Ma negli anni passati, le mattonelle color senape abbagliate dai fari azzurrognoli gridavano spesso vendetta. Soprattutto perché invadevano senza ritegno un paesaggio splendido.
«A ogni amministrazione – ha detto Botta a Mian – aumentava la cubatura, non era mai grande abbastanza. Megalomani, litigiosi e rapaci. L’unica cosa che li accomunava era la complice consapevolezza di poter attingere impunemente a un pozzo senza fondo. I metri quadri lievitavano come puntate alla roulette. In quelle condizioni, era il meglio che potessi fare». Insomma: l’unica colpa è stata assecondare le richieste dei politici italiani. D’altronde, aggiunge Botta, «il Casinò è Campione, è la sua cattedrale. Non è in armonia col paesaggio? Allora anche la Tour Eiffel non è in armonia con Parigi».
C’è da chiedersi che cosa spinga, alla fine, un architetto celebre a firmare un’opera eccessiva. La risposta è ovvia, ma la lasciamo a chi legge. Registriamo, per la cronaca, la replica che l’ex sindaco Maria Paola Mangili Piccaluga ha affidato a Gioconews.it: «È sconveniente e tardivo il modo in cui riconosce di avere sbagliato. Io gli ho sempre rimproverato personalmente che tra le sue opere, grandi e piccole, progettate in Italia, non ha mai citato il Casinò di Campione. Lui era il progettista: se i sindaci volevano stravolgere il suo progetto, come tutti gli architetti normali, avrebbe potuto opporsi». Non l’ha fatto.

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