Lettere

LA PREMATURA SCOMPARSA DEL GRANDE PIETRO MENNEA E L’ANGOSCIA DELLA VITA CHE VOLA VIA TROPPO IN FRETTA

Risponde Agostino Clerici

Mi ha colpito la morte di Pietro Mennea.
È difficile immaginare che un atleta vincente, un grande campione, se ne vada abbastanza presto a causa di una malattia. È il destino di tutti che la parabola della vita su questa terra si chiuda con la morte, ma vorrei chiedere un suo pensiero sul fatto che finché siamo giovani e forti, pur senza sentirci invincibili, quell’idea non ci sfiora.

Giovanni Fanti

Il filosofo romano Seneca definì la morte prematura come un «crimine odioso», imputandolo evidentemente ad una divinità ostile. Ma lo stesso concetto di «morire prima del tempo» è fondato su fattori aleatori: qual è il tempo giusto per morire? Non è forse la morte, comunque, uno scacco inaccettabile per la ragione umana? La relatività del «morire giovani» è evidente: qualche anno fa’ non si reputava prematura una morte che interrompesse la vita a settant’anni, oggi forse sì, perché la speranza di vita è aumentata. Anche se nel mondo vi sono Paesi in cui il tasso di mortalità interseca la vita addirittura tra i 50 e i 60 anni.
Il lettore domanda un mio pensiero circa la paura di morire, che aumenterebbe proporzionalmente con l’età: quando si è giovani non ci si pensa, poi la percezione della vecchiaia rende emotivamente più fragili di fronte alla prospettiva di dover morire. Accade così, eppure l’esperienza del «si muore», che ciascuno di noi gradatamente fa, comprende anche la morte «prematura» di bambini, giovani e adulti non ancora vecchi.
L’eventualità che qualcuno se ne vada prima del tempo per una grave malattia non è affatto remota, anche se è statisticamente meno probabile, e forse per questo siamo portati a pensare che sia qualcosa che possa capitare… agli altri, e non la mettiamo in conto se non quando rischia di riguardarci personalmente.
A me pare di poter dire due cose.
Intanto, un ruolo importante lo gioca la credenza o meno in una esistenza ultraterrena. Credere che ci sia una vita eterna dopo la fine della vita terrena non annulla affatto la paura del morire, ma ne attenua l’angoscia e, soprattutto, dà un senso diverso alla vita di quaggiù. Penso che sia esattamente a questo livello che si possa combattere la paura della morte, a livello del senso dato alla vita.
L’autentica dottrina cristiana, ad esempio, non parla di una vita eterna che viene dopo la vita terrena e ne prende quasi il posto: la vita eterna inizia già nella vita terrena e ne è il compimento. Tale prospettiva è più rasserenante di altre soluzioni, perché pone la morte non più come una fine, ma come la soglia del compimento.
Il filosofo Epicuro, ad esempio, utilizzava un sofisma per depotenziare la paura della morte e diceva che tale paura è senza senso, perché, quando ci siamo noi, non c’è ancora la morte e, quando c’è la morte, noi ormai non ci siamo più. Già, come se il pensare alla prospettiva che «non ci siamo più» non sia di per sé terrificante! E come se la morte sia uno stadio definitivo quasi asettico e non, invece, proprio il passaggio dall’esserci al non esserci più, un passaggio che ci mette paura.
Certo, anche la prospettiva dell’eternità non è meno problematica di quella del nulla dopo la morte. In effetti, sia il nulla che l’eterno sono realtà di cui non abbiamo alcuna esperienza, perché per noi umani tutto l’esperibile è nello spazio e nel tempo.
Questa imponderabilità, quindi, accomuna i credenti in una vita ultraterrena a quanti invece pensano che tutto finisca con la morte.
Ma – ed è questa è la seconda riflessione che vorrei fare – lo pensano poi davvero? Spesso mi sorge il sospetto che la dimensione ultraterrena sia come geneticamente scritta nell’uomo, in ogni uomo, e che il desiderio di sopravvivere a se stessi sia insopprimibile, anche in chi dice di credere che con la morte tutto finisca. L’amore e l’amicizia sopravvivono alla morte, e non sono avvertite come pure illusioni o fantasmi. Il dolore atroce per un distacco – soprattutto se inaspettato, improvviso e prematuro – cerca naturalmente uno sbocco di comunione e non si lascia facilmente convincere dalla tesi del nulla, perché l’avverte come profondamente disumana.
Ritengo ancora valide le pagine scritte in Francia nel 1963 da Anne Philipe, vedova dell’attore Gerard Philipe, nel romanzo “Breve come un sospiro”, ove racconta la vicenda della malattia del marito, sfociata nella morte e nel lutto.
Ella sperimenta l’assenza e il vuoto, eppure è costretta a confessare una presenza che non nasce solo come illusione consolatoria: «Tu eri assenza e presenza – scrive Anne del suo Gerard – e ad ogni ora mi domandavo non soltanto com’era possibile ch’io fossi viva, ma che il mio cuore continuasse a battere dopo che il tuo si era fermato». Sino a parole che assomigliano ad una «preghiera» laica, quasi il riconoscimento di una vita che continua oltre la morte: «Tu sei stato il mio più bel legame con la vita. Sei divenuto la mia conoscenza della morte. Quando la morte verrà, non avrò l’impressione di raggiungerti, ma di seguire un cammino familiare, a te già noto».

24 marzo 2013

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