Cronaca

La rabbia della vedova di Brambilla cade sui giudici

altIl delitto dell’armeria – Dopo la decisione del tribunale di sorveglianza di concedere i servizi sociali al suocero di Arrighi
«Ci sentiamo presi in giro: decapitare un uomo equivale a sei mesi di carcere»

«Ditemi voi se si può avere fiducia nella giustizia e nelle decisioni dei giudici». È amareggiata, anzi delusa, Domenica Marzorati, la moglie di Giacomo Brambilla, l’uomo barbaramente ucciso da Alberto Arrighi nella sua armeria in via Garibaldi nel febbraio del 2010. Il suocero, Emanuele La Rosa, colui che aiutò l’armiere a tagliare la testa della vittima per poi cuocerla nel forno della pizzeria di famiglia a Senna Comasco, l’allora “Conca d’Oro”, ha infatti ottenuto l’affidamento ai

servizi sociali in una struttura religiosa che accoglie gli anziani. Quindi, in parole povere, non sconterà in carcere i 2 anni e 11 mesi che ancora gli rimanevano, bensì passerà lo stesso periodo ai lavori socialmente utili. Niente cella, e questo nonostante non si dimostrò molto pentito per il gesto compiuto, andando a sciare con gli amici il giorno successivo al delitto. Tanto che gli uomini della Mobile – che lo cercavano al telefono – furono pure costretti a intimargli di tornare il più presto possibile pena l’arresto sulle piste: «Buongiorno signor La Rosa, deve venire subito in Questura», dissero gli agenti. «Non posso, sto sciando, verso l’una sarò da voi». «Forse non ci siamo capiti – fu la replica perentoria – se non arriva lei veniamo a prenderla noi, subito».
Era la mattina del 2 febbraio 2010 e nel frattempo, con l’aiuto prestato ad Arrighi dal solerte suocero, il corpo di Brambilla era stato decapitato: una parte – la testa – messa nel forno, l’altra gettata in un dirupo a Crevoladossola.
Salvo poi, come detto, calzare gli scarponi e partire con gli amici per una salutare sciata non prima di aver posto sul forno stesso il cartello “Non toccare deve cuocere”. Tutto questo, a conti fatti, è costato a La Rosa (accusato di concorso alla distruzione e vilipendio del cadavere) sei mesi di carcere e ora, nonostante la conferma in Cassazione a tre anni e cinque mesi, il resto della pena lo sconterà tra i dipendenti e i volontari di una struttura religiosa che si occupa di anziani. La decisione è stata presa dal tribunale di sorveglianza sciogliendo la riserva dopo l’istanza presentata dagli avvocati di La Rosa.
«Cosa ha fatto il suocero di Arrighi per meritare questo trattamento di favore? – è stato l’amaro commento di Domenica Marzorati appresa la notizia – Il signor La Rosa non ha mai chiesto scusa per quanto fatto né a me né a mio figlio, rimasto orfano di padre. Quel padre cui La Rosa ha contribuito a tagliare la testa per poi metterla nel forno. E ha per caso risarcito anche un solo simbolico euro di danno? No, e infatti siamo stati costretti ad aprire un contenzioso civile per chiedere che pagasse per quanto commesso». Vertenza che si trova ancora ben lontana dalla conclusione, con una richiesta di risarcimento complessiva di 300mila euro su cui però deve ancora pronunciarsi il giudice di Como.
«Io sapevo, ma evidentemente mi sbagliavo – continua la Marzorati – che certi benefici venivano concessi a chi aveva compiuto almeno un passo verso le vittime del reato. Cosa che in questo caso non è mai avvenuta. In sostanza, la giustizia italiana dice a noi cittadini che per aver decapitato un uomo, aver messo la testa a cuocere nel forno, aver gettato il resto del corpo in un dirupo ed essere andati tranquillamente in Valsassina con gli amici, il tempo giusto da trascorrere in carcere sono 6 mesi. La giustizia in Italia non funziona solo per i tempi lunghi o per la burocrazia, ma anche per le decisioni che vengono prese».
«Non credevo possibile che tutto potesse finire così, senza fargli scontare almeno un altro periodo di cella – è la chiosa della moglie di Brambilla – Anche in questo mi sbagliavo. Ma la cosa peggiore, dopo tutto quello che abbiamo passato, è sentirsi presi in giro in questo modo. I percorsi di riabilitazione sono giusti, ma il reo deve aver almeno chiesto scusa o essere pentito per quanto commesso. Il signor La Rosa invece non ha pagato nulla per ciò che ha fatto». Rabbia, quella della Marzorati, condivisa anche con i legali Fabio Gualdi e Anna Maria Restuccia. «Siamo amareggiati – dicono gli avvocati – Ci hanno tolto anche la soddisfazione morale di veder punito chi ha commesso una simile barbarie. Adesso andrà ad assistere gli anziani in una struttura religiosa? Non possiamo fare altro che rimanere allibiti per questa decisione e prenderne atto, ma non bisogna dimenticare che avrebbe fatto bene a prendersi cura, oltre che degli anziani, anche di un ragazzo che è rimasto orfano di padre».

Mauro Peverelli

Nella foto:
Domenica Marzorati al termine dell’udienza preliminare per la morte del marito
6 Nov 2013

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