Cantù, la reazione di Morabito, il principale imputato: «Me l’aspettavo»

Tribunale di Como l'aula

«Ci sentivamo già sul patibolo. Ce l’aspettavamo. Non avevamo grandi speranze». Pochi minuti dopo la sentenza che ha sancito la presenza in piazza Garibaldi della ’ndrangheta, Giuseppe Morabito, il principale imputato, colui per cui erano stati chiesti – e poi sono stati concessi – 18 anni di carcere, ha voluto parlare con il proprio avvocato Tommaso Scanio.

Una telefonata ricevuta direttamente nell’aula della Corte d’Assise di Como dove era stato predisposto un sistema di comunicazione con le carceri dove i detenuti si trovavano per seguire le udienze.

Così Morabito ha potuto parlare con l’avvocato per confrontarsi su quanto avvenuto poco prima.

Nessuna sorpresa, tuttavia. «Ero sul patibolo, già lo sapevo che sarebbe andata così», avrebbe riferito all’avvocato Scanio che lo ha assistito nel corso del processo. «Le accuse per le risse ci stanno, e alcune le hanno anche ammesse, però noi continuiamo a non vedere l’associazione», ha aggiunto il legale. E su questo punto proseguirà la battaglia.

Morabito è stato condannato per l’associazione di stampo mafioso con Domenico Staiti e Rocco Depretis. A pena espiata – come è stato deciso dai giudici – verranno sottoposti alla misura di sicurezza della libertà vigilata per la durata di tre anni.

Il nipote del boss “U Tiradrittu” non si era sottratto – come tutti gli altri imputati – all’esame e alle domande dell’accusa.

«Mio nonno l’ho visto solo in galera. Prima era latitante, poi lo arrestarono – aveva detto al Collegio – Negli ultimi mesi per tutti sono diventato ’ndranghetista, così mi dicono. Ma fino al giorno prima non avevo mai avuto problemi con nessuno. Ludovico Muscatello (il nipote del boss di Mariano, ndr)? Per me era un fratello, nel senso di un amico. L’ho visto crescere. Ma ero più amico di Mirko Pagani, il titolare della discoteca “Spazio”».

Ovvero il locale che era anche il cuore delle attività notturne che ruotavano attorno a piazza Garibaldi e che, secondo la Dda, gli imputati volevano monopolizzare e controllare.

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