La ricerca: piccole e medie imprese, frontalieri «indispensabili»

Cartello frontalieri in dogana

Ci sono sempre due Svizzere che si contrappongono quando – oltrefrontiera – si parla di lavoro e di economia: la Svizzera di chi fa impresa e la Svizzera della politica. Una differenza che nel Cantone di lingua italiana si fa più marcata, soprattutto se il tema di cui si discute tocca il nervo scoperto del frontalierato. L’ultimo esempio di questa situazione tanto anomala quanto costante è il risultato di uno studio sulle piccole e medie imprese (Pmi) elvetiche pubblicato alla fine dello scorso mese di agosto dal Credit Suisse, uno dei due colossi bancari della Confederazione.

Un rapporto di 40 pagine intitolato significativamente «Strategie per combattere la carenza di personale specializzato» e nel quale, già nel capitolo introduttivo, si mettono in chiaro alcuni concetti. Primo tra tutti, il gigantesco e irrinunciabile vantaggio competitivo di chi ha a disposizione la manodopera transfrontaliera. «Le probabilità che una Pmi si imbatta in difficoltà di reclutamento dipendono tra l’altro dalla sua localizzazione – scrive l’ufficio studi di Credit Suisse – Le imprese delle grandi città incontrano meno difficoltà di reclutamento (51%) rispetto alle aziende situate in comuni rurali (64%) e turistici (67%, perlopiù nella regione alpina)».

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Ma ci sono «differenze sostanziali anche tra le varie zone della Svizzera. Nella regione del lago di Ginevra questo dato ammonta al 49%, nel Ticino solo al 40%. Le Pmi di queste ultime due macroregioni sembrano trarre vantaggio dal numero straordinariamente elevato di transfrontalieri che vi lavorano. Le Pmi nei comuni con una quota molto elevata di lavoratori transfrontalieri ravvisano molte meno difficoltà di reclutamento rispetto alle aziende collocate in altre regioni».

Non è un caso, allora, se «Nel 2017 le Pmi svizzere prevedono mediamente in linea di massima un lieve miglioramento della qualità della localizzazione in tutte le macroregioni, senza eccezioni. Ad esclusione del Ticino che presenta un approccio nettamente più ottimista rispetto alla media svizzera». Per chiarire: le imprese ticinesi, sapendo di poter contare sul lavoro dei frontalieri, specializzato e a basso costo rispetto al resto del Paese, dimostrano di avere maggiore fiducia nel futuro e possibilità di sviluppo. Se ciò fosse vero – e non c’è da dubitarne, vista la serietà dello studio del Credit Suisse – si comprende facilmente la distanza di cui si parlava all’inizio: la distanza che separa la politica urlante contro i frontalieri e il mondo delle aziende e del lavoro

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