La rotta del “foreign fighter” verso la Siria. Da Malpensa ad Aleppo passando per Istanbul
Cronaca

La rotta del “foreign fighter” verso la Siria. Da Malpensa ad Aleppo passando per Istanbul

Il giorno della svolta è il 30 giugno 2014. Saged (Sayed Fayed Shebl Ahmed), 23 anni, figlio di Sayed (51 anni residente a Fenegrò), arriva in aeroporto a Malpensa e prende un volo per Istanbul, in Turchia.
È questa la rotta della jihad per raggiungere la Siria e arruolarsi in una delle brigate che combattono il regime di Bashar al-Assad. Ed è questa la rotta seguita – spinto dal padre, arrestato dall’operazione della Digos di Milano e Como – anche dal foreign fighter che abitava nella nostra provincia.
La via e gli spostamenti emergono dalle indagini dell’operazione “Talis pater” che ha portato oltre all’arresto del padre, anche a rimpatriare in Marocco la madre di Saged. Estranei a tutto gli altri fratelli della famiglia che, sempre secondo gli agenti della Digos, erano duramente criticati dai genitori per la loro spiccata “occidentalità”.
È il giugno del 2014 quando il 23enne di Fenegrò arriva in Turchia. Qui, da quanto ricostruito, viene avvicinato da un emissario siriano che lo introduce nello Stato in guerra. Viene inserito in una brigata che ruota attorno ad Aleppo, che combatte il governo e di cui fanno parte mujaheddin amici del padre che erano stati al suo fianco nei Balcani.
Dall’inchiesta emerge anche che Saged rimane gravemente ferito in battaglia, saltando su una mina in uno scontro con l’esercito regolare: «Sì, è ferito al petto, alla spalla, ai piedi, al polmone, allo stomaco», commenta il padre in una intercettazione.
Lo stesso padre, come sostiene la Digos (e come del resto gli contesta anche la moglie in una intercettazione), che ha “lavorato” per mandare il figlio a combattere in Siria: «Non c’era proprio bisogno che andasse là», gli grida la donna. Anche perché mantenere Saged costa alla famiglia, si legge nelle carte dell’inchiesta, 400 euro al mese: «Chiede 400 euro al mese – dice ancora la madre – Lui pensa che siamo molto ricchi».
C’è tensione, insomma, in seno alla famiglia di Fenegrò. Aumentata dal fatto che il figlio non riga diritto. E il non rigare diritto va tradotto con “si avvicina troppo all’Isis”.
Fatto che, nel variegato puzzle che compone la jihad, non va per nulla d’accordo con la brigata in cui sta combattendo Saged che viene dunque allontanato bruscamente.
«Lo hanno cacciato via – dice ancora la madre – Chissà cosa ha combinato?». La spiegazione arriva dal capo della brigata che contatta il padre del combattente di Fenegrò. E il problema è che Saged «parla bene dell’Isis», dice il padre in una intercettazione, «e tu sai che ci sono problemi tra noi e lo stato islamico». Alla famiglia arriva il suggerimento esplicito del comandante della brigata al padre: «Dovresti dirgli di pensarci bene».
È ancora il padre, a questo punto, a cercare per il figlio una via alternativa, facendolo rientrare in Turchia perché poi fugga in Egitto giacché «in Italia verrebbe arrestato».
Tra l’altro – sostengono gli inquirenti – era stato proprio il padre ad andare a raccontare in Questura della fuga del figlio in Siria. Ma, ritiene la Digos, con il solo intento di depistare le indagini da chi era rimasto in Italia, ovvero i genitori. «Questo dovevo farlo – dice il padre – semplicemente perché così salvo la mia schiena».
Alla fine il fronte si ricompone e il foreign fighter partito dalla Bassa comasca per arruolarsi in Siria con le milizie antigovernative, rimane sul campo di battaglia dove si troverebbe ancora oggi.
Sul suo capo, come su quello del padre, pende una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal tribunale di Milano con l’accusa di far parte di una organizzazione terroristica sovranazionale.
Mauro Peverelli

29 gennaio 2018

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