Lettere

La sfida dell’accoglienza coinvolge anche gli immigrati

Interventi e repliche

Una certa linea di pensiero, afferma che le premesse per la realizzazione di un progetto “di grande accoglienza”, sia già una realtà, concetto che dovrebbe favorire il dialogo tra diverse culture, cercando di realizzare un progetto attraverso la semplice coesistenza tra diverse culture (multiculturalismo) e che questo potrebbe condurre al reciproco rispetto e riconoscimento.
Non sarà facile affrontare questa sfida, specialmente per il nostro Paese si è trovato, da solo e senza la benamata Europa, ad affrontare il fenomeno dell’immigrazione di massa. Ciononostante, sulle basi delle sue competenze, responsabilità, e dei mezzi finanziari sia pure esigui, l’Italia si trova a giocare una grande sfida, e la generosità dei cittadini non è mai mancata in ogni forma la si chieda.
La sfida è questa, con noi e su di noi, per tutti, compresi gli immigrati. Ma se per noi spendiamo delle belle parole, delle importanti parole, discorsi che piacciono alla morale, qual è il punto di vista e il grado di condivisione e di disponibilità della nostra controparte, intendendo per questa gli immigrati? Sono davvero interessati ad una vera e reale integrazione, nel senso etimologico, o sono solamente interessati ad un discorso opportunistico ed egoistico, magari solamente legato all’assistenzialismo?
Anche questo aspetto va approfondito e chiarito, prima di dare una disponibilità univoca e che non trova un adeguato riscontro in chi la riceve, magari per cultura, o magari per un cinismo, magari razziale o di religione. Credo che non debbano essere precipitosamente percorse vie che non hanno una netta configurazione, una provata legislazione, che manchino di reciprocità con i Paesi da cui provengono quanti si vogliono sostenere e agevolare.
Ritengo che il primo passo sia quello di conoscere chi ospitiamo, le ragioni della loro venuta, le loro aspettative, la loro disponibilità a concorrere a far crescere la nostra comunità avendo una parte attiva e collaborativa, basata non solamente sul diritto ad avere, ma anche sul dovere a dare, non è giusto solamente riconoscere, è anche giusto e doveroso che veniamo riconosciuti e riconosciuta la nostra identità, magari solamente quella cristiana.
Interlocutori di un progetto di integrazione, non ostaggi di una politica buonista e strumentalizzata da una certa parte politica, rifiuto ogni speculazione politica, e biasimo quanti basano il loro operato su questa politica buonista e dai contorni poco percettibili ai più.
A parole si dicono pronti ad accogliere, magari davanti alle riprese tv, a un’intervista, ma nel loro cuore? Cosa sono pronti a sacrificare di proprio? E in proprio?

Renato Meroni

3 novembre 2013

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