La storia: padre condannato chiede di riaprire il processo

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Era stato condannato in via definitiva, con sentenza passata in giudicato, alla pena di 7 anni e 6 mesi di reclusione per aver abusato della figlia di appena due anni. Una accusa infamante e devastante per un padre residente nella Brianza Comasca, che tuttavia ha sempre negato ogni addebito.
Contro di lui, c’erano le accuse della moglie (da cui si stava separando) e della nonna della bambina, ma anche quelle di una pediatra che nel cambio del pannolino aveva visto arrossamenti nelle parti intime che giudicava «compatibili» con uno sfregamento. Nel corso dell’incidente probatorio di fronte al Gip, con la presenza di una psicologa infantile, non emerse nulla contro il padre. Come pure non emerse nulla dalle apparecchiature elettroniche (pc, cellulare) in uso dal genitore. Il giudice decise allora di nominare un perito che ascoltò la bambina e che nella relazione finale riferì di risposte della piccola volte a confermare le accuse. Fu un elemento cardine per arrivare alla condanna nei tre gradi di giudizio, l’ultima in Cassazione datata 14 ottobre 2016.
Ora, tuttavia, la vicenda potrebbe riaprirsi. Gli avvocati del padre, Domenico Intrieri Cataldo e Ambra Giovene, entrambi del foro di Roma, hanno infatti chiesto alla Corte d’Appello di Brescia la revisione del processo. Sul tavolo, la difesa ha giocato due carte pesanti, rivolte a minare alla base il fondamento della sentenza di accusa. Il perito del giudice, infatti, sarebbe stato sanzionato dall’ordine degli Psicologi della Lombardia per le metodologie usate per sentire la bambina, ritenute non opportune, e pure l’operato della pediatra è finto al centro dell’attenzione. I giudici di Brescia, hanno rigettato la richiesta di revisione, ma la Cassazione – nella foto – ha “bacchettato” questa decisione, rimandando gli atti in Lombardia.
Secondo i magistrati della Suprema Corte, infatti, la penale responsabilità del padre si sarebbe basata sui racconti della mamma e della nonna che riferirono di aver avuto confidenze dalla figlia, ma proprio per «tale contesto specifica rilevanza assumeva la perizia psicologica» che aveva il compito di «verificare la presenza di indici di comportamento che potessero assumere una valenza di compatibilità rispetto alle ipotesi di abusi». Invece, il perito non aveva effettuato «alcuna intervista cognitiva», arrivando a valutazioni basate «su intime convinzioni» ma dicendo di aver notato «uno stato di disagio» nella bambina «riscontrabile solitamente in soggetti traumatizzati». Un po’ poco, per la Cassazione, per basare un giudizio tanto importante, soprattutto alla luce di una azione dell’ordine degli Psicologi della Lombardia che metteva nel mirino le domande che sarebbero state sottoposte senza la giusta metodologia. Ma anche l’operato della pediatra è finito al centro dell’attenzione della Suprema Corte, perché nella visita alla piccola «non avrebbe osservato alcun protocollo afferente a tale tipo di accertamento». Da qui l’annullamento della sentenza della Corte di Brescia e il rinvio degli atti di nuovo in Lombardia, con l’invito ad «attenersi a tali coordinate». Brescia, invece, ha di nuovo respinto l’istanza di revisione del processo e tra pochi giorni si tornerà di fronte alla Cassazione. Una brutta storia, iniziata con una denuncia che risale al 2011, e che dieci anni dopo pare essere non ancora conclusa.

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