LA STORICA RINUNCIA DI BENEDETTO XVI E LA POLITICA INCAPACE DI RIGENERARSI

Risponde Agostino Clerici

Il mio, mi rendo conto, è un paragone ardito. Ma il parallelismo tra la rinuncia al pontificato di Papa Benedetto XVI e la situazione politica italiana, nella quale nessuno si dimette mai dall’incarico che ha, stride alquanto. Il calendario ha messo impietosamente in vetrina questa diversità. È solo saggezza antica della Chiesa, oppure mancanza di dignità dei partiti?

Claudio Giardini

Il paragone è proprio ardito, anzi, a onor del vero, i due fatti mi paiono proprio imparagonabili. Sennonché il calendario è impietoso e l’accostamento appare come una tentazione, da cui, almeno giornalisticamente, ci si può lasciar prendere. La rinuncia di papa Benedetto XVI tutto può essere tranne che «antica». È un atto di profonda saggezza, ma totalmente innovativo per la Chiesa. Tralasciando i precedenti – rari e storicamente incomparabili – bisogna riconoscere che il Papa con la sua decisione ha spiazzato la Chiesa, mettendola di fronte ad una prospettiva nuova. La curiosità popolare si è interessata ad aspetti marginali – come si chiamerà adesso? quali vestiti porterà? e le scarpe rosse? e l’anello? – e già a questo livello la scelta di papa Benedetto ha prodotto qualche aggiunta nel vocabolario ecclesiastico.
Ma il vero nodo è la nozione di rinuncia (o dimissioni), applicata ad una carica ritenuta a vita. Papa Ratzinger ha voluto essere anziano come ogni altro anziano che, presa coscienza del venir meno delle forze, chiede di potersi misurare con l’ultimo tratto di vita in regime di lentezza e non con quella complessa velocità indotta dal mondo di oggi. Fa così il nostro nonno, ha fatto così il Sommo Pontefice. E se papa Wojtyla ci aveva mostrato sino all’ultimo lo spettacolo della sofferenza, papa Ratzinger non ha avuto pudore a mostrarci quello della vecchiaia.
Deve essere chiaro – ed è un aspetto importante ai fini del nostro ardito paragone – che Benedetto XVI non ha rinunciato al suo ministero petrino perché ha perso chissà quale tornata elettorale o è stato messo in un angolo da chissà quale trama occulta. No, egli ha rinunciato in forza della consapevolezza di non avere più le forze per poter governare bene la Chiesa e, quindi, convinto che ci volesse un altro in quel posto, senza aspettare che fosse la data di morte a rendere necessario un Conclave.
Guardando alla situazione politica italiana, in questo primo scorcio post-elettorale, essa mi sembra segnata non tanto dal non voler dare le dimissioni, quanto dal non voler assumere gli incarichi. La matassa è ingarbugliata e, dunque, c’è il rischio fondato che la politica diventi ancor di più una enigmatica partita a scacchi, un calcolo strategico della propria sopravvivenza più che una coraggiosa scommessa per il bene comune.
Usciamo probabilmente dalla Seconda Repubblica più convinti di prima che servano volti nuovi, giovani, freschi e soprattutto onesti. Ma fatichiamo ancora ad aggiungere l’unico aggettivo qualificativo che davvero conta in politica (e non solo lì): servono persone capaci e preparate. La chimera del politico onesto ci ha accompagnato dopo «tangentopoli» – posto che il «dopo» sia mai iniziato – e spesso ci siamo dovuti accontentare di politici inetti, salvo poi scoprire che non erano nemmeno onesti…
Il Parlamento italiano che si radunerà tra qualche giorno sarà il più giovane d’Europa e le facce nuovissime non saranno poche. Questo non può che essere un dato positivo, ma non garantisce nulla, purtroppo. Le elezioni hanno dimissionato qualcuno che girava tra Camera e Senato da parecchi anni, ma, ancora una volta, non è l’urna a stabilire chi vale davvero e chi invece si dimostrerà un bluff. Dare le dimissioni in politica è cosa rarissima, ma bisogna anche riconoscere che da qualche anno c’è una macchina del fango che ha come unico scopo proprio quello di mettere l’avversario nell’obbligo di dimettersi. Qualcuno non lo ha fatto e magari avrebbe dovuto, qualcuno lo ha fatto e si è poi scoperto che non ve ne erano i motivi. Insomma, nel gioco delle dimissioni abbondano i bari!
Credo che il rinnovamento non sia questione di età ma di capacità. C’è una vecchiaia umile ed utile e c’è una giovinezza arrogante e disastrosa. Certo, anche in politica gioverebbe che qualche vecchio barone lasciasse il campo ad altri, offrendo anche a loro terreno e tempo per imparare (e per sbagliare). Mi ha molto stupito che Beppe Grillo – capo del movimentismo delle facce nuove, giovani e sconosciute – abbia fatto il nome dell’ottantasettenne Dario Fo come prossimo presidente della Repubblica…
Ecco, da questo punto di vista, Benedetto XVI, alla soglia degli 86 anni, ha dato un segnale di grande dignità umana, e non solo alla Chiesa cattolica. L’ipotetico accostamento finisce qua. Ciò che, invece, sarà difficilmente paragonabile è la gioia con cui accoglieremo anche questa volta l’«Habemus papam» – che si verificherà con certezza di qui a qualche giorno – con il disincantato sospetto che accompagnerà la nascita – forse – dell’ennesimo governo, destinato ad essere fragile e a durare poco.

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