LA STRIDENTE CONTRADDIZIONE DEL PREMIER MARIO MONTI: INNALZARE L'ETÀ DELLA PENSIONE E DARE PIÙ LAVORO AI GIOVANI

Risponde Renzo Romano:

Mi piacciono molto i commenti del prof. Romano e quindi sarei felice se mi chiarisse ancora le idee. Faccio un’ipotesi: io sono un imprenditore che ha alle sue dipendenze due cinquantenni che, pur essendo due brave persone, in questo momento hanno per me un “costo” eccessivo e quindi – se venisse abolito l’art. 18 – io potrei decidere di licenziarli. Al loro posto assumerei (a costi decisamente più contenuti) due giovani disoccupati. Avrei fatto un “buon affare” e contemporaneamente una buona azione dando lavoro a due giovani.
La mia domanda è questa: cosa faranno i due cinquantenni per arrivare ai 67 anni del pensionamento?
Quando io ero giovane non mi importava nulla del “posto fisso”, perché quando una sistemazione non mi andava più ero certa di trovare un altro lavoro nel giro di poco tempo.
Si rende conto il prof. Monti che i tempi sono cambiati e chi ha un lavoro se lo tiene ben stretto perché gli sarà ben difficile trovarne un altro? E, oltre tutto, il nostro presidente crede di aver risolto il problema dell’occupazione dei giovani con l’innalzamento dell’età pensionistica? Non si rendono disponibili posti di lavoro per i giovani se si tengono in servizio persone così a lungo. Mi scusi per l’impudenza e grazie.

Lettera firmata

Cara lettrice,
la ringrazio per l’apprezzamento. Il colloquio con i lettori è parte viva, partecipata e sentita del giornale. Attendere a questo compito è per me fortunato privilegio.
Il tema delle sue note è di drammatica attualità. Cuore e cervello, sentimento e ragionevolezza, devono trovare il giusto equilibrio. Con una premessa: la dignità dell’uomo, il rispetto per l’uomo, non possono essere in alcun modo sfiorati. Un uomo, una donna, improvvisamente senza lavoro. Si apre un baratro sul futuro proprio e della propria famiglia. È il crollo dentro. Dignità e rispetto appaiono parole vuote, prive di ogni significato. Si ribella il cuore, e anche la ragione.
Il cuore per il peso dello sconforto e della disperazione. La ragione perché capacità, competenze, abilità di un lavoratore a qualsiasi livello non possono essere “svendute” e mortificate.
Licenziare due cinquantenni per assumere due giovani non mi sembra affatto una “buona” azione. Mi conforta il condizionale (avrei fatto) della sua affermazione e mi induce a pensare che la sua sia solo una provocazione per sentirsi contraddetta.
“Scambiare”, termine orribile trattandosi di persone, due anziani con due giovani, per risparmiare un po’ di euro è operazione immorale e lesiva di quel rispetto e dignità per l’uomo assolutamente imprescindibili.
Conseguenza gravissima di questo improponibile scambio è nella sua domanda: “Che cosa faranno i due cinquantenni per arrivare ai sessantasette anni del pensionamento?”.
La mia risposta è di una banalità disarmante: la domanda non ha senso e non merita tentativo di risposta, perché presuppone una immoralità e assurdità che non hanno diritto di esistenza in una società attenta ai valori della dignità e del rispetto dei cittadini.
Ribadisco che non è solo l’aspetto etico e morale della situazione che determina la mia risposta, ma anche la convinzione che la rinuncia alla professionalità acquisita da anni di lavoro è un’azione che indebolisce ulteriormente la capacità produttiva del Paese. Licenziare un cinquantenne che è “invecchiato” in fabbrica contribuendo alla sua crescita è una sconfitta della società tutta.
Certamente ci possono essere casi estremi in cui il peso del personale sia tale da mettere a rischio la sopravvivenza della fabbrica stessa; in tale caso deve essere la comunità attraverso le sue istituzioni pubbliche e private a trovare la sistemazione del personale in esubero in mansioni che rispettino e tengano possibilmente conto delle sue competenze. Ad avvantaggiarsene sarebbero non solo i lavoratori che non perderebbero l’occupazione e la relativa retribuzione, ma anche le aziende che potrebbero avvalersi della loro volontà di inserimento nella nuova realtà lavorativa oltre che della professionalità acquisita in tanti anni di attività.
Concordo in toto sulla risposta che lei stessa dà alla sua ultima domanda.
La contraddizione tra nuovi posti di lavoro e innalzamento dell’età pensionabile è stridente. Dagli eccessi di ingiustificati baby-pensionamenti si è passati a una rigidità insensibile e sorda a ogni appello.
Imporre dei limiti minimi all’età di pensionamento è doveroso, altrettanto doveroso mi sembra sia soppesare vantaggi e svantaggi dei singoli e della comunità nel suo complesso a seguito di tale imposizione.
Un esempio per tutti. Si pretende giustamente una scuola efficiente, scattante, attenta alle nuove tecnologie, aperta ai giovani e si tengono professori e maestri in cattedra fino allo sfinimento.
La conclamata convinzione che nella scuola il ricambio generazionale sia assolutamente indispensabile e indifferibile è palesemente contraddetta e ostacolata dall’innalzamento dell’età in cui è possibile lasciare l’insegnamento.
“Reggere” una classe di diciottenni esuberanti pretende energia ed entusiasmo, correre dietro ai capricci dei bambini in un asilo è impresa sconsigliata oltre una certa età…
La qualità della scuola non può non risentirne. Le stesse considerazioni si possono estendere a tantissime altre situazioni. Io credo, sia pure entro certi limiti, che sia il lavoratore a poter decidere quando smettere di lavorare.
Va da sé che l’importo dell’assegno pensionistico debba essere proporzionato ai contributi versati. Non mi sembra asserzione utopistica, anzi…
Purtroppo non è una battuta affermare che mentre un tempo erano i “padri” che lasciavano il proprio lavoro ai “figli”, adesso sono i “nonni” che lo lasciano ai “nipoti”. Non può sfuggire che tra nonni e nipoti manca una generazione, quella dei figli. Se per questi non si “liberano” posti di lavoro  è doveroso inventarne di nuovi.
Chi e come deve farlo?
Un detto comasco recita: “Ofelè fa il to mesté”. Il tono familiare del dialetto non attenua la gravità della situazione. L’invito esplicito e pressante è rivolto ai saggi e agli esperti del mondo del lavoro.

 

 

 

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