Economia

La Svizzera dice no al salario minimo

altSul piatto c’era uno stipendio mensile di almeno 3.250 euro. Contrario il 77%
(f.bar.) Salario minimo, sfuma il sogno dei frontalieri comaschi. Il “no” secco, emerso domenica scorsa dalle urne svizzere, ha lasciato l’amaro in bocca ai tanti lombardi che, ogni mattina, varcano il confine per andare a lavorare in Ticino. Sul piatto la proposta di prevedere uno stipendio mensile di 3.250 euro. Ma la popolazione – come annunciato da più parti già prima del voto – ha rifiutato l’idea e lo ha fatto senza lasciare spazio a dubbi. La percentuale dei contrari è infatti salita

oltre il 77% a livello di Confederazione. E in Ticino, cantone a fortissima presenza di frontalieri, il “no” si è issato fino a quota 68,01%. Immediati i commenti. A partire dall’Aiti, l’associazione delle industrie operanti in Canton Ticino con un potenziale di oltre 15mila posti di lavoro e fatturati superiori a 14 miliardi di franchi svizzeri.
«La chiarissima bocciatura emersa dalla consultazione è il segnale evidente che gli svizzeri non gradiscono interventi dello Stato sulla determinazione dei salari e di altri indicatori del mercato del lavoro che devono restare una prerogativa del dialogo fra le parti sociali», fanno sapere dall’associazione.
Va ricordato come sarebbero stati interessati dal voto i frontalieri non sottoposti a contrattazione collettiva, ma soggetti a trattativa privata con il datore di lavoro.
«È anche una severa sconfitta delle forze sindacali e dei partiti della sinistra che hanno tentato, invano, di trasformare il tema stipendi in un oggetto esclusivamente politico», aggiungono dall’Aiti.
«Il risultato altrettanto chiaro del Canton Ticino suona ancor più pesante alle orecchie di chi non ha fatto altro che criminalizzare gli imprenditori e le imprese, descrivendo il mercato del lavoro ticinese come fuori controllo». E chi, in passato, ha spesso combattuto battaglie contro i frontalieri e i lavoratori italiani, è la Lega dei ticinesi.
«Il risultato appariva scontato già in partenza – dice Lorenzo Quadri, deputato della Lega dei Ticinesi – Sinceramente non pensavo che anche in Ticino ci potesse essere un simile plebiscito di “no”. Si è evidentemente capito che la vittoria del “si” avrebbe attirato ancor più i lavoratori italiani, andando a creare ulteriori tensioni che già in passato hanno fatto scoppiare violente polemiche sulla linea di confine».
Sul salario minimo si è espresso subito dopo l’esito referendario, anche il partito socialista attraverso una nota. «Sarebbe stato l’unico baluardo contro il dumping salariale. Purtroppo la campagna ipocrita tenuta da chi difende gli interessi padronali ha saputo dividere i lavoratori. Ora sul salario minimo abbiamo perso – si legge nel comunicato – Ma, proprio per questo, nei prossimi anni chiameremo il mondo dell’economia a rendere conto delle sue dichiarazioni degli ultimi mesi. E ci aspettiamo contratti collettivi dappertutto, come se piovesse. In Ticino, il governo e il Parlamento devono rispondere alle legittime preoccupazioni della popolazione. E devono lavorare per soluzioni che permettano l’adozione di contratti di lavoro con salari minimi che non si distanzino, come accade ora, dai 4mila franchi chiesti dall’iniziativa». Per nulla sorpreso dell’esito è Pierre Rusconi deputato alla Camera bassa per l’Udc e noto, in Italia, per essere stato il promotore della campagna “Balaà i ratt. «È un risultato ovvio. Tutta la popolazione ha risposto allo stesso modo. Sì è trattato di un’iniziativa mal strutturata fin dalla partenza. Non è accettabile che lo Stato diventi l’arbitro tra datori e lavoratori», ha detto Rusconi. Anche perché i 4mila franchi di salario base «avrebbero creato enormi scompensi e, ad esempio, messo fuori mercato i giovani svizzeri. Un imprenditore avrebbe preferito assumere un italiano con esperienza o un ragazzo appena inserito nel mondo del lavoro?». Senza contare che «ogni luogo ha un certo tenore di vita. A Zurigo, 4mila franchi sono un’inezia. Si è trattato di un’operazione di pura demagogia», conclude. Deluso, infine, il sindacato svizzero Unia. «Abbiamo perso una buona occasione per fermare il dumping salariale e porre fine allo scandalo degli stipendi bassi nella ricca Svizzera. L’elettorato si è espresso contro l’introduzione di una paga base. Gli stipendi bassi colpiscono oltre 300mila lavoratori e soprattutto lavoratrici», fanno sapere dal sindacato.

Nella foto:
La Svizzera rimane sempre il Bengodi degli stipendi, ma non è passata la legge che voleva imporre un minimo salariale (Mv)
20 maggio 2014

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