La Svizzera non chiude le dogane con l’Italia, rivolta dei sindaci: «Proteggete i frontalieri»

Dogana confine Italia Svizzera

Le frontiere con la Svizzera restano aperte. Per le persone e le merci. Nessuna chiusura, come pure giovedì sera qualcuno aveva fatto temere, anticipando indiscrezioni poi rivelatesi infondate.
Soltanto qualche maggiore restrizione. E controlli più severi delegati alle guardie di confine. E a Como esplode la rivolta dei sindaci, che chiedono al governo Conte di tutelare i frontalieri.

La decisione presa dal governo svizzero ieri mattina è stata spiegata prima in una lunga nota ufficiale, poi in una conferenza stampa. «Il consiglio federale – si legge nella nota – ha deciso di introdurre con effetto immediato controlli alle frontiere con i Paesi dello spazio Schengen se la situazione lo esige. Dall’Italia possono entrare in Svizzera solo i cittadini svizzeri, le persone con un permesso di soggiorno e quelle che devono venire nel nostro Paese per motivi professionali. Continuano a essere permessi il traffico di transito e il trasporto di merci. Infine possono varcare il confine con l’Italia le persone in situazione di assoluta necessità».

I «motivi professionali» sono una maglia molto larga, secondo qualcuno troppo larga. Ricomprendono infatti tutti i frontalieri, e autorizzano di fatto le imprese e le aziende ticinesi a proseguire nella loro attività. Nella sostanza, costringono pure gli stessi frontalieri a varcare ogni giorno il confine, almeno sin quando i datori di lavoro lo riterranno necessario. «Questo provvedimento – scrive ancora il consiglio federale di Berna – serve, in primo luogo, a proteggere la popolazione svizzera e ad assicurare al sistema sanitario svizzero le risorse necessarie. Inoltre sostiene l’efficacia dei decreti italiani per contenere la diffusione del Coronavirus. Il consiglio federale monitora costantemente la situazione e se necessario estenderà i provvedimenti alla frontiera ai viaggiatori di altri Paesi o regioni».

Tra le righe del comunicato si capisce una cosa in modo molto chiaro: il sistema sanitario ticinese dipende, in buona sostanza, dal lavoro degli italiani. Chiudere le frontiere sarebbe stato (ed è) quindi impossibile.
Sin qui la nota ufficiale. I singoli ministri, però, hanno anche risposto alle domande della stampa e alcune delle considerazioni fatte ai giornalisti fanno forse comprendere meglio la situazione. Di fronte alla richiesta di un «ruolo più attivo nel controllo delle frontiere, così come chiesto anche in Ticino» ad esempio da Udc e Lega, la ministra di Polizia Karin Keller-Sutter ha detto: «Le aziende devono assumersi le proprie responsabilità e magari lasciare a casa persone a rischio da oltreconfine. Per noi è difficile fare una selezione delle persone all’entrata, per esempio facendo entrare soltanto le persone impiegate nel settore della sanità. Non possiamo fare queste distinzioni e contiamo sulla responsabilità degli imprenditori». Sarebbe stato utile chiedere perché non è possibile selezionare gli ingressi, ma nessuno ci ha pensato.

Quando però un altro giornalista ha chiesto: «Perché è giusto che i turisti italiani non possano entrare e invece 70mila frontalieri sì?», Keller-Sutter ha risposto: «Non è detto che entreranno tutti, l’economia e il turismo ticinesi rallentano. Noi vogliamo evitare il più possibile gli ingressi, che già sono diminuiti. Ora non tutti i frontalieri entrano tutti i giorni in Svizzera».
Insomma, lasciamo che il mercato provveda. Con buona pace della politica.
Ieri sera, però, quaranta sindaci della provincia di Como hanno inviato una lettera a Giuseppe Conte dicendosi «esasperati dal comportamento della Svizzera nei confronti dei lavoratori frontalieri, tra dogane chiuse con la scusa di controlli sanitari che in realtà non vengono effettuati e provvedimenti troppo blandi rispetto al rapido dilagare dell’epidemia sul territorio elvetico».

In pratica, i sindaci – e con loro il presidente della Provincia Fiorenzo Bongiasca e il presidente del consiglio regionale Alessandro Fermi – chiedono un passo ufficiale affinché anche il Ticino adotti misure di contrasto al Coronavirus identiche a quelle italiane. Una posizione ribadita pure da Mauro Guerra, sindaco di Tremezzina e presidente di Anci Lombardia, il quale ha sottolineato: «è indispensabile che tra i due Stati vengano condivise iniziative coordinate per fronteggiare l’emergenza e tutelare la salute e i diritti dei frontalieri e delle loro famiglie».

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