La tragedia dell’11 settembre vissuta a New York. Il ricordo di una comasca vent’anni dopo

Torri Gemelle 11 settembre 2001

La tragedia dell’11 settembre vissuta a pochi isolati di distanza dalle Twin Towers con il terrore che altri aerei potessero colpire il grattacielo in cui era forzatamente costretta a rimanere. La chiamata a casa alla famiglia che temeva per la sua vita; la paura nel periodo successivo e i cambi di treno in metropolitana quando si presentavano facce che sembravano “sospette”.
La comasca Sarah Schranz all’epoca aveva 21 anni e si trovava a New York per sei mesi di uno stage uniti ad altri sei di una borsa di studio internazionale. A lungo non è riuscita a riguardare le immagini di quel giorno, che il resto del mondo ha visto in televisione, mentre lei ha osservato ciò che accadeva dalla finestra.
Un 11 settembre che nessuno ha dimenticato e che ora Sarah ricorda per il Corriere di Como. «Proprio pochi giorni prima – afferma – ero salita sulle Twin Towers, ma non era una grande giornata, era nuvoloso, e avevo pensato che tanto sarei rimasta a New York per un anno e che quindi avrei avuto altre possibilità».
«Quell’11 settembre avevo raggiunto il grattacielo dove ero operativa; nel bar che si trovava al piano terra avevo visto grande agitazione – rammenta – I visi erano sconvolti; provai a farmi spiegare cosa fosse accaduto ma non riuscivo a capire. O forse quello che mi veniva detto mi sembrava incredibile. A quel punto chiamai a casa da una cabina, visto che i cellulari italiani all’epoca non erano utilizzabili negli Stati Uniti, e trovai i miei familiari preoccupati perché temevano per la mia vita. Furono risollevati da quella telefonata e mi spiegarono quello che era accaduto». Si trattava del primo aereo che aveva colpito una torre. Sarah Schranz salì in ufficio e dalla seconda finestra vide l’edificio in fiamme – lo testimonia la foto che ha scattato, pubblicata in questa pagina – e, poco dopo, lo schianto del secondo aereo. Infine la caduta delle torri.
«Ero completamente sconvolta – aggiunge – Non sembrava nemmeno realtà. Il problema è che fummo costretti a rimanere in ufficio e seguivamo le notizie che annunciavano possibili altri attentati, come poi è successo al Pentagono. Nel frattempo si erano alzati in volo sopra Manhattan i caccia dell’aviazione americana e, proprio perché eravamo in un grattacielo, ogni volta che si sentiva un rumore c’era il terrore che fosse un altro aereo pronto a schiantarsi sul nostro palazzo. Furono ore di grande paura».
Sarah viveva in un appartamento a Brooklyn, che riuscì a raggiungere non senza difficoltà. «La direzione del vento era proprio verso il mio quartiere – sostiene ancora – e mi ricordo il fortissimo odore di fumo dei giorni successivi». La giovane comasca si sarebbe successivamente trasferita a Manhattan, visto che dopo la tragedia c’era stato un crollo dei prezzi degli affitti.
«Quello fu in giorno da incubo – spiega – ma quelli successivi non furono da meno. Come molti ricorderanno, quotidianamente si susseguivano le minacce terroristiche, si parlava di nuovi attentati, di attacchi all’antrace sui mezzi pubblici e io ogni giorno dovevo prendere la metropolitana. L’apprensione era sempre altissima, in ogni momento si temeva che potesse accadere qualcosa di brutto».
«Quando si era a bordo, tutti si scrutavano, si guardavano le facce e devo ammettere che qualche volta sono scesa aspettando il treno successivo – ammette la comasca – quando ritenevo che qualche volto non fosse convincente. Si era costretti a convivere con questo forte timore».
Sarah dopo un anno è tornata in Italia, si è laureata e successivamente – tra 2003 e 2013 – è vissuta negli Usa, a Chicago. Ora ha anche la cittadinanza statunitense, anche se risiede nel nostro Paese ed è tornata a casa, nel Triangolo Lariano.
«Per lungo tempo mi sono rifiutata di vedere le immagini di quel tragico 11 settembre – conclude la comasca – Provavo un grande senso di fastidio. Poi, dopo qualche anno, ho imparato a convivere con quel ricordo anche se, ancora oggi, rimane la sensazione di aver vissuto qualcosa di quasi irreale. Stiamo parlando di un simbolo degli Stati Uniti e, per me personalmente, di qualcosa che amavo: le Twin Towers erano bellissime, ne ero davvero innamorata».

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