La Valle Intelvi si riflette nel parco di Orticolario

L’arte ha avuto un grande spazio nell’ottava edizione di Orticolario, la kermesse verde di Villa Erba a Cernobbio, ideata e presieduta da Moritz Mantero. Quattro gli artisti che hanno realizzato le loro opere: Lino Stefani ha proposto il suo “Boschiglio Intricante” in Ala Cernobbio mentre nel Laghetto delle carpe è stata collocata l’installazione “Ritorno alle origini” di Artheline, con curiosi ippopotami immersi nell’acqua.
Con “Ancestrale” l’artista poeta e viaggiatore Giovanni Tamburelli porta a Cernobbio le sue grandi zanzare in ferro e in bronzo.
Lorenza Morandotti, milanese con forti legami con il Lario, è stata a sua volta presente con l’installazione Toccare l’origine. L’opera, forse la più legata al Lario nel poker in carnet, nasce dall’incontro tra la mano dell’artista e un «ombelico di pietra», vale a dire una coppella (un piccolo incavo su roccia di epoca preistorica), anonima firma lasciata da un nostro antenato di cinque-sei-settemila anni fa su un masso erratico in Valle Intelvi, tra il lago di Como e il Canton Ticino, dove Lorenza Morandotti ha le sue radici familiari.
La scultrice, che è stata allieva del maestro svizzero Daniel de Montmollin, della comunità religiosa di Taizè, ha riconosciuto in quel vuoto creato intenzionalmente un’assenza che comunica presenza, una traccia di quella ricerca di senso che caratterizza l’uomo sin dalla sua origine.
«Con questi calchi in bronzo montati su menhir di granito, un po’ ombelico e un po’ antenna parabolica, – scrive l’artista Lorenza Morandotti – rendo omaggio a un collega neolitico: davanti al mistero vibriamo insieme a distanza di millenni, onde gravitazionali ci legano». «Un tratto comune alle opere di Lorenza è la presenza di fulcri, di apici, di punti culminanti che fanno da bersaglio allo sguardo, e che allo stesso tempo rimettono in discussione il rapporto tra uomo, natura e divinità» scrive nella presentazione di questo ciclo di opere che guarda con occhi

© | . . © | La scultura di Lorenza Morandotti

© | . . © | L’artista con il masso erratico intelvese e alcune sculture (foto di Matteo Padovese)

contemporanei alla preistoria il critico Roberto Borghi.

Di seguito, pubblichiamo il testo integrale del contributo critico e un estratto dal “diario” di Lorenza Morandotti dedicato a questa ricerca artistica. 

 

Centri arcaici, vuoti e sperimentabili

«Tutti i centri sono in frantumi: non esiste più un centro».

Con questo verso di Majakowski inizia La perdita del centro di Hans Sedlmayer, un libro che ho sentito il bisogno di rileggere dopo aver visto le opere recenti di Lorenza Morandotti. Diciamo subito che si tratta di un volume tanto illuminante nelle sue ricostruzioni storiche, quanto reazionario nei suoi propositi. La tesi di fondo di Sedlmayr è che, soprattutto nel passaggio tra Ottocento e Novecento, le arti visive siano state la manifestazione più emblematica dello smarrimento esistenziale che caratterizza la tarda modernità. Il centro attorno a cui ruotavano la pittura e la scultura premoderne, cioè l’uomo nel suo rapporto con la natura e la divinità, viene progressivamente sostituito da altri fulcri che, nel corso degli ultimi tre secoli, si avvicendano e s’infrangono fino alla scomparsa dell’idea stessa di centro. A fronte di tutto ciò la proposta di Sedlmayer consiste sostanzialmente nel riavvolgere il nastro della storia e tornare alla centralità perduta. Peccato che davvero non esista più un centro, quell’unico centro su cui s’imperniava la cultura di mezzo millennio fa, e che i frammenti di centro evocati da Majakowski rappresentino una pluralità di cardini sui quali ruota l’epoca attuale.

Un tratto comune alle opere di Lorenza è la presenza di fulcri, di apici, di punti culminanti che fanno da bersaglio allo sguardo, e che allo stesso tempo rimettono in discussione il rapporto tra uomo, natura e divinità (ma sarebbe forse meglio sostituire questo termine con spiritualità). Dobbiamo perciò dedurre che rappresentano, o anche solo aspirano a rappresentare, il centro di cui parla Sedlmayr? Direi proprio di no, perché l’unità è appunto andata in pezzi e, a causa della sua univocità non si sa se più chimerica o più coercitiva, non è proprio il caso di rimpiangerla. Però dei frantumi, delle letterali briciole di quel centro sì, aspirano in un certo senso a rappresentarlo. E infatti il loro fulcro di riferimento è premoderno, e persino antecedente: è arcaico, appartiene quindi a una categoria temporale che precede di gran lunga il medioevo cristiano in cui Sedlmayr colloca il suo modello di centro.

Oltre che arcaico, quel centro è incavato, come lo può essere la sommità di una coppella preistorica, oppure è nettamente vuoto, come lo è l’interno di un buco nero. Anche in questo caso si tratta di un capovolgimento basilare rispetto al parametro di centro stabilito dallo storico dell’arte austriaca. Pensare il centro vuoto può significare, ad esempio, spostarlo dalla terra, intesa come pianeta, e collocarlo nel cosmo. Può darsi infatti, come queste opere sembrano ipotizzare, che un’unitarietà dei centri stia nel cosmo, e che i vari fulcri che si trovano in natura (e forse anche in cultura) siano dei frammenti, dei riflessi parziali, di questo fulcro originario.

Infine il centro proposto dalle opere di Lorenza è, deve essere, sperimentabile, tangibile e, in un certo senso ricreabile: letteralmente ricreabile, cioè riformulabile, riplasmabile in un’opera d’arte, per esempio. Ma deve anche essere, diciamo così, incontrabile. Non è dato una volta per tutte, non è garantito da alcun sistema filosofico e, passatemi la battuta, non è neppure assicurato contro gli infortuni. C’è persino chi, come l’artista stessa, l’ha incontrato inciampandovi.

Roberto Borghi

 

Frammenti da Toccare l’origine. Incontri erratici e punti essenziali

Grazie a dei segni e delle testimonianze lasciati da altri esseri umani, nascono legami che attraversano il tempo, lo spazio e la natura stessa delle cose, collegando il passato con il presente. Il mio è un atto di gratitudine verso tutte le testimonianze altrui che ho avuto la fortuna di incrociare e un invito implicito a non trascurare anche  ciò che appare più insignificante.

… Sono grata all’autore neolitico di quel piccolo vuoto, ombelico di pietra, origine delle origini mie e non solo mie, merita attenzione. In un’era molto antica monoliti e fori intenzionali nella pietra sono stati fatti in diverse parti del mondo, archetipo evidente di un fare non legato ai bisogni fisici immediati, sono tracce di una ricerca.

Io sono ancora lì, con lo stesso incanto: una neo-neolitica.

…Lui ha lasciato quel segno come traccia della sua ricerca, non desiderava audience, ma condivisione. Insieme a lui tanti altri che pur nel dubbio lavorano con zelo, solidi e fedeli (cito la frase di Van Gogh “Quelque haïssable que soit la peinture et encombrante au temps où nous sommes, celui qui a choisi ce métier, s’il l’exerce quand même avec zele, est homme du devoir et solide et fidèle” trovata scritta a fuoco da Giacometti sulle pareti del suo atelier a Stampa). Sono qui a ringraziarli tutti. Continuo a cercare vivendo nel piccolo quotidiano che parte dal mio ombelico il fascino per i Buchi neri, incantata davanti all’ipotesi di nuovi infiniti. Cerco di condividere, come posso, lasciando qualche segno.

Inutile dire che nella mia ricerca stava già prendendo sempre più senso il vuoto, un vuoto ricco, guadagnato con la fatica del togliere il superfluo. Non si toglie mai abbastanza perché il superfluo abbonda e io sono una delle sue vittime.

Lorenza Morandotti

 

È allo studio una nuova serie di edizioni d’arte di Lorenza tra cui la pubblicazione del diario Toccare l’origine che racconta la storia e le motivazioni spirituali alla base della ricerca che ha portato l’artista a esplorare le valli lariane e ticinesi per mettersi ancor di più in sintonia con la natura e dare parola alla voce delle rocce. “L’artista che trasforma in Anima la terra che calpestiamo tutti i giorni, l’argilla che si erge bianca e sottile dalle sue ciotole”, così il giornalista Alberto Oliva ha scritto dell’atelier dell’artista in via Savona 123 a Milano nella guida  “Scoprire Milano” uscita in occasione di Expo per i tipi del “Giorno”: “una mattina Lorenza stava mescolando della porcellana, cioè caolino liquido, e casualmente lo rovesciò. Tornò il giorno dopo con la spatola a grattarlo via, trovandosi tra le mani dei frammenti sottili, bellissimi. Decise di cuocerne uno e nacque così l’idea della sua prima Anima,  che trovò sede in una ciotola di argilla, che a sua volta conteneva la stessa materia, il caolino, impastato con altri minerali. L’insieme di questo basamento e dell’Anima che si erge leggera rendono l’idea dello spirito che si eleva dalla Terra, del figlio che nasce purificato dal passato”.

In Giocare a nascondino con se stessi è proprio l’artista a interrogarsi sul senso del proprio lavoro, tramite fra l’immediatezza dell’ispirazione artistica e il tempo lungo delle ere geologiche di cui la pietra è simbolo e portavoce. Il saggio è nel ricco volume curato dal suo maestro di ceramica, il frate della comunità di Taizè Daniel De Montmollin, Quand la creativitè crie famine… pubblicato nel 2015: nelle sue parole si capisce che la scultura è stata ed è un percorso di approfondimento esistenziale, un’occasione di nuova consapevolezza e identità dove le asperità sono chiamate a smussarsi all’insegna dell’apertura al mondo e al dialogo tra le discipline. Nello stesso volume, è da leggere anche il contributo di un comasco, Giorgio Senese, che è anche musicista e cura nell’ambito del festival di Colico “Musica sull’acqua” laboratori di ceramica.

LM

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