La “Velarca” ritrovata

altTesori locali. La storia della originale barca donata al Fai nel nuovo “Quaderno” della Biblioteca di Lenno
La storica Velarca – originale casa-barca ormeggiata dal 1961 a Ossuccio e nata come luogo d’incontro sull’acqua per artisti e intellettuali – è protagonista di un libro e torna agli antichi splendori. Sono passati quasi tre anni dalla donazione del natante da parte della famiglia Norsa al Fai. L’operazione di restauro è partita dopo la conclusione di un’approfondita campagna di indagini su questa opera d’arte e architettura galleggiante. La storia della Velarca, ora diventata un libro nei

“Quaderni” della Biblioteca di Lenno, a sua volta gioiello di architettura moderna (realizzata attraverso la riconversione di una antica filanda, dove la famiglia Grandi operò la filatura della seta da circa la metà dell’Ottocento agli anni Venti del Novecento), è degna di un film. La casa-barca nacque da un’idea di Emilio e Fiammetta Norsa, coppia milanese innamorata del Lago di Como e acquirenti, negli anni Cinquanta, di un appezzamento di terreno a Ossuccio e, appunto, di una barca ai tempi utilizzata per il trasporto di merci e persone. Poi, l’idea geniale: trasformare l’imbarcazione in una sorta di “house boat”, la cui progettazione venne affidata, tra il 1959 e il 1961, allo studio BBPR (Belgiojoso, Banfi, Perassutti e Rogers). Il team di professionisti ridisegnò radicalmente la barca, fino a trasformarla in abitazione.
Ora, ecco che ripercorre la vicenda di questo splendido natante il quaderno numero 6 della Biblioteca di Lenno, dal titolo Velarca – Una Casa-Barca sul Lago di Como, a cura di Francesco Soletti. In primo luogo, viene raccontata la storia del trasporto mercantile sul lago, proseguito sino alla Seconda guerra mondiale su barconi a vela che navigavano sfruttando “l’alterno regime dei venti” (come dice la targa all’ingresso della biblioteca).
«Inoltre abbiamo il rapporto – non occasionale – fra una nota famiglia lombarda e l’architettura del Novecento, rappresentata dal famoso studio BBPR, qui in una committenza “insolita” – commenta Ezio Antonini, figlio di Mina Grandi e dell’avvocato Vittorio Antonini, al quale il sindaco Giacomo Elias volle intitolare la Biblioteca. E anche questo fa parte di una storia più generale, che meriterebbe di essere approfondita: quella dei rapporti che nel secolo scorso collegarono il movimento moderno alla parte più sensibile della borghesia lombarda. A questo rapporto rimanda il nome della casa-barca (che prima si chiamava “Corriera Tremezzina”) che rinvia infatti alla Torre Velasca, progettata e realizzata dallo studio BBPR di Milano pochi anni prima. Con il semplice cambio di una lettera, il nome divenne Velarca, evocando così le origini della barca, che navigava con una grande vela latina, e dell’arca, immagine più protettiva e tradizionale, luogo dove si raccolgono i componenti della famiglia».

Nella foto:
i lavori di restauro

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