Economia

La verità sulla Ticosa fa discutere dopo trent’anni

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La fine di un’era
A confronto l’imprenditore e l’ex dipendente della stamperia

Anni di piombo, lotta di classe, boicottaggi: all’interno della Ticosa, negli anni ’70 l’ideologia fece più danni della crisi. La vera storia della fine della gloriosa tintostamperia, raccontata domenica scorsa su queste pagine da Maurizio Pratelli, figlio dell’ultimo direttore del personale della fabbrica, ha scatenato le più svariate reazioni e fatto riaffiorare ricordi carichi di tensione. A partire dai momenti vissuti nelle

ultime riunioni che decretarono la fine dell’azienda.
Il funzionario dell’Unione
A ripescare nella memoria quelle ultimissime ore è Mario Giudici, allora funzionario dell’Unione Industriali, che seguì le trattative tra sindacati e proprietà. E dalle sue parole emerge come un atteggiamento troppo oltranzista dei rappresentanti dei lavoratori fu alla base della rottura fatale. «La multinazionale francese, proprietaria della Ticosa, s’accorse che per affrontare le sfide future e puntare, con la dovuta modernizzazione degli impianti, alla conquista dei mercati, si doveva ridurre il personale di 250 unità. Venne allora proposto un anno di cassa integrazione straordinaria per consentire ai fuoriusciti di trovare un lavoro. Va detto come, in quegli anni, il settore tessile fosse in tale espansione che non sarebbe stato molto complicato ricollocarsi». Ma è a questo punto che si introdusse l’elemento di rottura. «I sindacati accettarono solo a una condizione. Ovvero di far rientrare in Ticosa con un posto fisso quanti, al termine dell’anno, non avessero trovato una nuova occupazione». Una sorta di clausola capestro che però «non venne accettata. Penso anche per il timore che in molti, così facendo, non si sarebbero impegnati nella ricerca di una nuova occupazione. I francesi non videro di buon grado questa limitazione. E i sindacati, molto battaglieri, pensarono di poter erigere questo muro».
Si arrivò così alla rottura. «Se avessero accettato si sarebbe tranquillamente potuto andare avanti», conclude Giudici.
L’ex impiegato
Ricorda un’altra Ticosa, invece, Donato Supino. Secondo l’ex impiegato in Ticosa negli anni Settanta, poi dipendente della società che gestisce il trasporto pubblico cittadino, sindacalista della Cgil Trasporti e a lungo consigliere comunale a Palazzo Cernezzi per Rifondazione Comunista, «molti dei dirigenti di allora si contraddistinsero solo per l’attaccamento al profitto. Dipingere i sindacati e i lavoratori come ottusi rispetto ai tentativi della dirigenza di salvare la struttura è inesatto – dice Supino – In quegli anni, i vertici della Ticosa procedettero a ben tre ristrutturazioni interne, che portarono i dipendenti dagli oltre 900 di inizio anni Settanta ai 450 del 1980. Oltre a ciò, vennero chiusi, sempre nello stesso periodo, gli stabilimenti della Colora e della Bernasconi di Cernobbio, sempre collegati alla Ticosa, e saltarono 400 posti di lavoro», precisa l’ex dipendente.
«I lavoratori inoltre erano così “prevenuti” nei confronti della dirigenza da aver acconsentito, proprio negli anni più complicati, a forti riduzioni della propria busta paga facendo prevalere un forte senso di responsabilità», spiega sempre Supino. «Senza generalizzare – conclude l’esponente di Rifondazione – è doveroso riportare gli atteggiamenti di alcuni personaggi a libro paga della dirigenza, interessati solo ai propri profitti e non al benessere dell’intera struttura».
L’ex vicepresidente degli industriali
Altro protagonista di quegli anni l’allora vicepresidente dell’Unione Industriali, Floriano Terraneo.
Imprenditore noto in città anche per la sua passione sportiva, Terraneo ricorda bene le fasi concitate della ”fine”. «I sindacati, a mio avviso, influirono negativamente sull’operato di molti lavoratori – dice Terraneo – All’interno della Ticosa erano molto forti i rappresentanti dei metalmeccanici. Erano i duri e puri del sindacato, e condizionarono anche i colleghi “tessili”. Questo non fece che irrigidire i rapporti con la dirigenza».
Terraneo, nella sua analisi, va oltre. «Probabilmente anche alcuni dei dirigenti non si dimostrarono al passo con i tempi – spiega – Anzi, furono poco inclini alle novità e alle richieste in arrivo dagli operai. I sindacati metalmeccanici approfittarono di queste incertezze per cercare di far passare i loro diktat. In questa situazione posso dire che forse il consiglio di amministrazione avrebbe dovuto avere il coraggio di sostituire alcuni dirigenti non all’altezza – ricorda – Un muro contro muro che non diede buoni risultati». Dal libro dei ricordi emerge un altro esempio. «Giusto per citare un caso, ricordo come i sindacati si opposero con estrema durezza all’idea di una possibile partecipazione dei lavoratori agli utili in base ai risultati. Fatto che poi, negli anni, è spesso diventata una prassi – prosegue Terraneo – Insomma i tempi stavano cambiando, c’era occasione di mettere un piede nel futuro, ma non venne compresa questa opportunità». All’origine del fallimento di questa operazione vi fu, secondo Terraneo, sempre questa spaccatura insanabile tra dirigenti e operai. «Parte dei sindacati non accettò – conclude – non volle stare al passo con le trasformazioni e parte dei dirigenti non fu in grado di gestire la situazione».

Fabrizio Barabesi

Nella foto:
Uno sciopero in Ticosa dopo la decisione della Pricel di ridurre il personale e investire sugli impianti (per gentile concessione dell’ Archivio Levrini)
12 Nov 2013

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Redazione Corriere di Como redazione@corrierecomo.it


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