L’addio alle mostre “beffa” per Villa Olmo

Il dibattito che infuoca l’estate – Si accende la polemica sui grandi eventi d’arte mentre il Comune torna a giocare la carta Sant’Elia
Addio monti, ossia addio grandi mostre, parafrasando Manzoni? Domenica con il sipario calato su La dinastia Brueghel si è chiusa a Villa Olmo l’era dell’assessore alla Cultura e curatore Sergio Gaddi. Con la cui firma la mostra partirà per Tel Aviv e toccherà poi San Pietroburgo, Praga e Miami. Sarà anche l’inizio del declino per la storica dimora neoclassica di via Cantoni?
In attesa che l’amministrazione comunale annunci il prossimo evento, tiene ancora banco la polemica tra l’assessore
alla Cultura attuale, Luigi Cavadini, e il predecessore Gaddi. Dire addio a nove anni continuativi di successi al botteghino è scelta suicida, dice quest’ultimo. Ma Como, ribatte il successore, non merita solo “mostrifici”, grandi nomi e grandi numeri (nella foto Fkd, pubblico in coda nel 2004 per la prima mostra, quella su Joan Miró).
«La dinastia Brueghel chiude trionfalmente con 92mila visitatori, battendo tutte le aspettative e arrivando al 4° posto delle più viste oggi in italia. Grazie a tutti e al prossimo progetto (chissà dove)!», ha commentato ieri Sergio Gaddi sulla sua pagina di Facebook. Ribadendo così di essere pronto a cedere ad altre città il prodotto “grande mostra” (sponsor compresi, sembra assodato). Mai, però, a cederne lo scettro.
Una situazione di stallo piuttosto paradossale, che il critico d’arte Philippe Daverio, giornalista e conduttore delle popolari trasmissioni Passepartout e Il Capitale sulle reti Rai, maestro nel coniugare approfondimento culturale e intrattenimento colto, dipinge non senza perplessità su quello che riserverà il futuro. «Obiettivamente, c’è da domandarsi cosa farà adesso Como di Villa Olmo: non è un risultato da disprezzare aver organizzato mostre i cui visitatori superano il numero degli abitanti della città», commenta Daverio.
Che non ha visto la mostra di Brueghel, ma se l’è fatta raccontare: «Non ha aggiunto nulla a quel che si sapeva sulla dinastia fiamminga, ma non era questo il suo scopo: è stata comunque utile. Le mostre di Como – dice infatti Daverio – si sono sempre segnalate come iniziative di divulgazione: la città ha così svolto un servizio pubblico di educazione al bello, anche se non potete ambire certo a essere un centro di ricerca sull’arte che porti significativi contributi di novità».
Questa è una delle critiche che ha fatto Cavadini alla “gestione Gaddi”: è mancato «un apporto nuovo alle conoscenze scientifiche sugli artisti presentati». «Direi che è una posizione velleitaria – commenta Daverio – Como è stata un centro di ricerca ma su altri versanti». L’astrattismo geometrico lariano, di cui Cavadini è luminare, azzardiamo? «Penso – risponde Daverio spostando l’obiettivo su tutt’altra disciplina – ai risultati di altissimo livello del laboratorio di Archeobiologia del Museo “Paolo Giovio” che è stato guidato fino a non molti anni or sono dal professor Lanfredo Castelletti: lì avete raggiunto risultati di assoluta eccellenza, tali da proiettarvi a livello internazionale». «Mi auguro che la nuova amministrazione non si muova con una logica di ferreo spoil system – conclude Daverio a proposito della nuova gestione delle mostre di Villa Olmo – Sarebbe un peccato vanificare l’esperienza sin qui acquisita».
Intanto ieri il Comune ha di nuovo giocato la carta del Futurismo, con una nuova riunione operativa (sul versante dell’apparato multimediale di supporto) del comitato che organizzerà, si presume entro primavera, la mostra di disegni dell’architetto Antonio Sant’Elia. Il maestro dell’utopica “Città Nuova” celebre in tutto il mondo potrebbe essere una delle carte da giocare per Villa Olmo, che vedova delle mostre di Gaddi rischia di essere disabitata dato che il Centro Volta, che vi aveva sede dal 1983, si è spostato a Villa del Grumello. «Sant’Elia è un discorso a parte. E Villa Olmo rimane la sede centrale delle mostre della città. è il luogo più quotato, anche grazie al lavoro di Gaddi di questi anni – ha ribadito ieri Cavadini – e come minimo ospiterà due mostre l’anno: una sarà la collettiva d’arte tessile “Miniartextil”, e all’altra stiamo tuttora lavorando, non ci sono ancora autori definiti».
«È doveroso rendere omaggio a un grande come Sant’Elia: purché non si ambisca ai numeri delle grandi mostre», sottolinea a sua volta Daverio, cavalcando un concetto da sempre caro allo stesso Gaddi. Il dibattito è aperto.

Lorenzo Morandotti

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