L’addio senza rancore dei renziani comaschi

Matteo Renzi presso l'Auditorium di Tavernerio

Addio, senza rancore. L’uscita di Matteo Renzi dal Partito Democratico non provoca a Como né strappi risentiti né polemiche furibonde. Tutt’altro. Tra le file degli uni e degli altri c’è quasi un senso di sollievo. Una situazione che si normalizza. A dimostrazione che nella politica-frullatore, dove tutto cambia in un tempo irragionevolmente breve, si può digerire senza paura e senza angoscia anche lo “scisma” del leader del 41%.

In realtà, le cose andavano nella direzione attesa già da tempo. Sul Lario sono almeno 5 i comitati civici renziani pronti a diventare il germe del nuovo partito. Tre in città, uno a Cantù e uno a Erba. L’ex sindaco di Albese con Cassano, Alberto Gaffuri, sta organizzando per il prossimo 3 ottobre la prima assemblea provinciale. Ma già oggi, a Senna Comasco, è in programma una riunione in cui alcuni esponenti del futuro partito renziano rinunceranno ufficialmente all’ingresso nella segreteria Pd.

Sì, perché la cosa buffa è che a giugno, proprio dalla componente oggi in procinto di uscire dal partito, era arrivata la richiesta di poter indicare uno o due nomi appunto per la segreteria provinciale. Quando tutto sembrava procedere verso una ritrovata unità, dall’ex presidente del consiglio è giunto lo squillo di trombe del “liberi tutti”. E a quel punto, le cose sono ovviamente cambiate in modo radicale.

Chi lascia e chi rimane
Ieri mattina, anche a Como, è partita la caccia ai nomi. Il giochino di chi lascia il Pd e di chi rimane è sempre ghiotto, ed è inutile sottrarsi alla curiosità – persino legittima – di molti. Sicuramente saranno con Renzi, con un ruolo probabilmente di vertice nel nuovo partito a Como, Alberto Gaffuri e Marcello Molteni, consigliere comunale di Albavilla. Tra gli amministratori diranno addio al Pd Carlo Ballabio, sindaco di Albese con Cassano, e molto probabilmente Ettore Pelucchi, sindaco di Ponte Lambro. Si parla con insistenza di un possibile ingresso nel partito di Renzi anche per Fabio Chindamo, sindaco di Bulgarograsso, e per Federico Cola, vicesindaco di Pognana Lario.

Una pattuglia di giovani cui si affiancheranno alcuni nomi già noti alle cronache politiche lariane: Pasquale De Feudis, ad esempio, già assessore a Como e storico esponente socialista. Ma anche Angelo Soccio, già segretario cittadino del Psi; Alberto Canali, candidato con Svolta Civica alle elezioni del 2017; Paola Sala, coordinatrice di Forza Italia a Cantù poi passata al Pd.
Lascerà i Dem per andare con Renzi pure Gioacchino Favara, combattivo consigliere comunale a Como durante il mandato di Mario Lucini. Un passato da dirigente sindacale della Uil e un presente da imprenditore, Favara spiega il suo passo con la volontà di «seguire questi giovani di cui mi onoro di essere amico, anche se in passato non sono mai stato renziano. Oggi, a Como, il Pd è un gruppo chiuso, un partito governato dalla vecchia classe dirigente post-democristiana», dice Favara.

Il quale aggiunge però alcune considerazioni molto più politiche. «Renzi – spiega – avrà successo se rimarrà nell’alveo del centrosinistra con un partito più laico, centrista e meno ortodosso. In questa direzione c’è spazio, ma si deve proporre un programma mirato per giovani, imprese, famiglie. Bisogna dare una risposta alternativa all’odio e alla paura iniettate dalla destra nella società. Questa è l’ultima chance per l’ex premier, spero che abbia imparato dagli errori del passato».

Chi vede con «grande interesse» l’ipotesi di un nuovo partito è Giuseppe Doria, in passato segretario generale della Uil. «Io mi sono iscritto al Pd il giorno dopo che Renzi ha fatto aderire i Dem al Pse. Qui a Como questa operazione schioda un partito bloccato, in mano alla vecchia cultura cattolica e un po’ troppo democristiano».
Non seguirà invece l’ex premier il capogruppo Democratico in consiglio comunale a Cantù, Filippo Di Gregorio, candidato della mozione Giachetti all’ultimo congresso provinciale e nome dato sin qui per certo tra gli aderenti al nuovo partito di Matteo Renzi.

«Io resto nel Pd – dice Di Gregorio – un partito è una comunità ampia, un progetto collettivo: non posso abbandonarlo per seguire il destino politico di una sola persona. Inoltre, sono stato eletto con il simbolo del Pd e anche per rispetto a chi mi ha votato non cambio posizione». In realtà, Di Gregorio parla della mossa di Renzi come di «un errore strategico. In un partito devono saper convivere culture diverse. E il Pd era nato proprio con questo obiettivo».

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