L’affiliazione al Bassone, i delitti e la droga. In aula il racconto del pentito di ’ndrangheta

Tribunale di Como, Palazzo di Giustizia

In ore di testimonianza, davanti alla Corte d’Assise di Como e incalzato dalla pm della Dda Sara Ombra (che per l’udienza di ieri ha affiancato Cecilia Vassena), ha ricostruito scenari e dinamiche della ’ndrangheta nella nostra provincia.
Le sue parole sono state una sorta di “glossario” di nomi, riferimenti e delitti che hanno irrorato di sangue e polvere da sparo il Comasco negli ultimi 30 anni.
Ieri, nel processo per la morte di Franco Mancuso, ucciso a colpi di pistola all’esterno di un bar di Bulgorello nell’agosto del 2008, è stato il turno del supertestimone, il collaboratore di giustizia Luciano Nocera. Affiliato al Locale (clan) di Canzo, con le doti dello “Sgarro” e della “Santa” prese mentre era detenuto per droga in carcere a Como, ha ripercorso decenni di storia criminale lariana partendo dai “Fiori della notte di San Vito”. «Fui arrestato, ma solo per droga. Dopo due anni ero fuori». Nato in Calabria, a Giffone, arrivò a Socco («dove sono cresciuto») già a tre anni. Tra arresti di parenti e retate, negli anni arrivò a gestire prima due camion per la vendita dei panini, poi un pub ad Appiano Gentile. «Mio zio non voleva che trafficassi nella droga – ha raccontato ieri – Ma non capivo perché non dovessi farlo, visto che altri lo facevano. Lavoravo con l’eroina dal 1990, poi dal 1996 con la cocaina, l’hashish e la marijuana. Allora non avrei mai pensato di arrivare ad essere un collaboratore di giustizia. Ma prima o poi bisogna fare i conti con se stessi».
«Dicevano che facevo parte del Locale di Fino Mornasco ma non era vero. Fu il capo Locale di Canzo ad affiliarmi, quando ero detenuto a Como. Diceva di tenere a me, che conosceva la mia storia, che me lo meritavo».
«Mi fece una croce dietro la schiena, bevve il sangue perché disse che il sangue di un santista deve essere raccolto e non buttato. La mia affiliazione c’era già stata: mi fecero un taglio sul dito a forma di croce e mi fecero bruciare un santino, giurai che se uno della mia famiglia avesse tradito lo avrei ammazzato. A me però interessava altro, quelle erano solo parole che non mi piacevano, i soldi li facevo con il traffico di stupefacenti». «La droga andavo a recuperarla a Milano, dalla cosca dei Mancuso – ha proseguito Nocera – Andavamo a prenderla in un supermercato». Una quotidianità fatta di spaccio, ma anche di “problemi” da risolvere. Luciano Rullo, uno dei due indagati per l’omicidio di Mancuso, «lo conoscevo da bambino, siamo cresciuti insieme».
«Rullo conosceva Bartolomeo Iaconis, il presunto mandante dell’omicidio?», chiede il pm. Inizia qui un’altra fase dell’interrogatorio, quello dove vengono ripercorsi i fatti di cronaca malavitosa di questi anni. «Certo che lo conosceva. Andò per lui a sparare alle vetrine di un bar di Fino Mornasco. Poi sparò pure, con un kalashnikov, all’ingresso di una discoteca della zona. Rullo litigò anche con chi non doveva, e dovette intervenire il capo Locale di Cermenate per risolvere la questione».
Nocera ha poi citato Ernesto Albanese, per cui sta scontando l’ergastolo (il 33enne di Fino Mornasco che sparì nel giugno 2014 e fu poi ritrovato seppellito in un giardino di Guanzate nell’ottobre dello stesso anno), e Salvatore Deiana (anche lui ucciso e seppellito), «che sapeva quello che era successo con Mancuso». Poi, la decisione di collaborare con i pm della Dda. «Da allora non ho più contatti con la mia famiglia. Si sono allontanati tutti. Ma non c’è problema, ognuno fa la sua vita. La galera non mi fa paura. Per la mia famiglia avrei fatto qualsiasi cosa, se c’era da bruciare una officina lo facevo, ma di giorno e non di notte per la paura. Ma la ’ndrangheta non è più la stessa, contano solo interessi e business, ci ammazziamo tra noi per 300 euro, le regole e i principi oggi non esistono più».

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