Cantù, l’amarezza degli avvocati difensori «Nessun metodo mafioso»

Carabinieri in piazza Garibaldi a Cantù

«Continua per noi il venerdì di passione», dice l’avvocato Ivana Anomali riferendosi alla giornata di ieri in cui è stata letta la sentenza di condanna.
«Ma continueremo a portare la nostra croce sapendo che i fatti di cui abbiamo sentito parlare in quest’aula non hanno una connotazione mafiosa. Ne riparleremo in Appello».

La voce dell’avvocato canturino che ha rappresentato Valerio Torzillo è la stessa che viene espressa da tutti gli altri legali delle difese. A partire da Tommaso Scanio, che ha rappresentato in aula il principale indagato, Giuseppe Morabito. «C’è grande amarezza – dice Scanio – Pensavamo di avere dato al Collegio una diversa e credibile lettura dei fatti che ci venivano contestati. L’unica nota lieta è l’abbassamento della pena per Andrea Scordo, rispetto a quanto era stato chiesto dal pm (7 anni e 8 mesi contro i 10 anni invocati dalla pubblica accusa nel corso della requisitoria, ndr)».

«L’impianto accusatorio è stato confermato – prosegue l’avvocato di Morabito – ma secondo noi l’associazione era e rimane contestabile. Vorrà dire che sposteremo la nostra battaglia in Appello».

Gianluca Crusco è stato invece l’avvocato di Emanuele Zuccarello. «Non doveva essere questo il risultato finale del processo – dice – Speravamo di aver insinuato dei dubbi anche e soprattutto per quanto riguarda l’aggravante del metodo mafioso, così purtroppo non è stato».

Gaetano Cianciulli ha invece difeso Luca Di Bella, l’unico imputato che era giunto al processo essendo ai “domiciliari” e che è uscito dall’aula con la pena più lieve, seppur pesante (7 anni): «Puntavamo all’assoluzione – commenta l’avvocato – Cosa ha commentato il mio assistito subito dopo la decisione dei giudici? Era preoccupato. Il pm aveva chiesto 9 anni e 4 mesi, ne abbiamo presi 7 e c’è stato un piccolo “sconto” che conferma come la nostra posizione fosse più defilata rispetto alle altre. Però non volevamo questo, volevamo una sentenza di assoluzione».

Antonio Manno è stato invece difeso dal legale Maurizio Gandolfi.
«Leggeremo le motivazioni, ovviamente – commenta – La pena è severa (9 anni e 8 mesi, ndr). Del resto però se viene riconosciuta l’esistenza dei reati che ci venivano contestati le pene non possono essere che pesanti. Ma il punto è proprio questo: esistono questi reati? È giusto che il mio assistito sia stato riconosciuto responsabile? Per noi no perché in quest’aula non sono state portate prove. Vedremo ora cosa accadrà in Appello».

Un filo conduttore che unisce tutte le difese: quelli di cui si è parlato «non erano atti a connotazione mafiosa». Il collegio di Como ha però deciso diversamente accogliendo nella quasi totalità le richieste della pubblica accusa.

Ma lo scontro è già pronto a divampare nuovamente dopo una tregua di 90 giorni, quella necessaria ai giudici lariani per mettere nero su bianco le motivazioni che hanno portato al secolo di condanna per i nove imputati.

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