L’anima dolce e malinconica dei nostri laghi

L’OPERA
Il dipinto che vedete sopra è inedito, si intitola Emozioni lariane, è una tempera su tela del 2012 e misura 80×120 centimetri. Altri inediti (L’anima del Lario e I giorni della merla) li scoprirete sul nostro sito Internet, nella photogallery dedicata all’autore. Abbiamo voluto partire da qui, da questa contemplazione del paesaggio lacustre che invita a riscoprire l’esatto fluire del tempo ed è un bagno di serenità nel rumore spesso aspro della vita. È la prima tappa del
nostro viaggio alla scoperta di artisti, comaschi e non, che interpretino o incarnino il genius loci, l’anima (o le diverse anime) di questo territorio. Fatta di paesaggio, ma anche di atteggiamenti mentali.
L’arte di Sergio Tagliabue è questo: una visione tra sogno e nostalgia. Contempla la natura vivissima del paesaggio come se assistesse, con entusiasmo di fanciullo, a una fondamentale lezione di vita. E ne fa il basso continuo di tutto il proprio lavoro, sia che si dedichi all’amata Spina Verde e alle sue «rughe dipinte», alle verdi trasparenze del lago di cui traduce con virtuosistica eleganza le dolci malinconie, o le aspre concrezioni del deserto, i bianchi nevosi dell’inverno, o i colori accesi sulla tavolozza dell’autunno e del tramonto. Non mancano all’appello neanche il corpo stesso dell’artista, e in particolare il suo volto, interrogato più volte in intensi autoritratti.
Tagliabue è maestro nel coltivare il disegno come mappa viva e palpitante del mondo e, al tempo stesso, grazie a un incessante processo di trasfigurazione, come traccia fedele della psicologia di chi quel mondo racconta a cuore aperto, senza infingimenti e senza mediazioni retoriche. Come ha scritto l’argentino Jorge Luis Borges in una poesia della raccolta L’artefice, «Talora nelle grigie sere un volto / ci guarda dal profondo d’uno specchio; / l’arte dev’esser come quello specchio / che ci rivela il nostro stesso volto».
In Tagliabue il “far pittura” non è mai un esercizio retorico disgiunto dall’esperienza: ogni segno, ogni immagine palpita di vita vera e nella traccia originaria, nel disegno, rivela la sua natura più intima quale sedimento tangibile di un ricordo, un’emozione colta nel suo immediato palpitare, spesso dichiarando forti legami con il paesaggio del Lario e della Brianza. In Tagliabue il disegno, matrice originaria di ogni dire, è una questione di stile e lo stile è per un artista, come disse il critico letterario Gianfranco Contini, «il modo in cui conosce il mondo». Per questo l’arte di Tagliabue è una continua scoperta del mondo.

Lorenzo Morandotti

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