L’antipolitica nasce da un duro disincanto ma il popolo italiano deve restare sovrano

Il dariosauro
di Dario Campione

Lingotti d’oro, diamanti, auto di lusso. La puntata conclusiva dell’affaire Lega sta assumendo contorni grotteschi. Per i militanti del Carroccio ogni nuova notizia diventa una stilettata. Per gli avversari, invece, un elemento su cui puntare nel tentativo di rubacchiare qualche consenso.
Tuttavia, nessuno in questa fase può dirsi al riparo dalla tempesta.
Tutti i partiti – i vecchi e i nuovi – sono accomunati in un unico giudizio. Negativo. La politica vive una stagione durissima. La
stessa democrazia è in bilico, se il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel ricordare Benigno Zaccagnini a cent’anni dalla nascita, si è lasciato andare a un richiamo di fortissima preoccupazione.
È vero, non si deve «fare di tutta l’erba un fascio» (sono le parole usate dal Capo dello Stato). Ma non si può nemmeno immaginare che i cittadini assistano silenziosi e indifferenti alla deriva dei partiti. In momenti di crisi, non è retorica, l’esempio ha un valore simbolico molto elevato. Se si chiedono sacrifici a chi ha sempre pagato le tasse, se si impongono nuove imposte (o si rispolverano le vecchie) ben sapendo quanto ciò possa pesare sui bilanci familiari, è doveroso attendersi la massima attenzione. Ogni spesa superflua, ogni gesto improprio viene vissuto alla stregua di uno schiaffo. Diventa inaccettabile.
Si parla dei rimborsi elettorali. Si dice – lo sostengono i segretari dei tre partiti che appoggiano il governo Monti – che la politica costa e non può essere lasciata in balia delle lobby, dei gruppi di pressione (e di potere).
Giusto. Persino ovvio. Ma l’obiezione non regge se presentata come giustificazione della colossale rendita finanziaria di cui godono oggi i partiti politici.
In tempi di tagli alla spesa, la prima sforbiciata è per il potere.
Oggi rinasce il timore che questo sentimento negativo indirizzato verso la politica (e, in generale, verso la classe dirigente del Paese) possa sfociare in una crisi istituzionale. Che possa cioè minare le basi stesse del sistema democratico.
Non è una considerazione superflua. L’antipolitica non si manifesta soltanto con le battute corrosive dei comici travestiti da capopopolo. È disaffezione, disincanto, allontanamento dalla “civitas”. È progressiva erosione del tessuto sociale. Rifiuto delle regole. In una parola, è rassegnazione.
L’Italia è una Repubblica in cui la sovranità appartiene al popolo. Se prevale l’antipolitica, questa stessa sovranità transita altrove. I partiti, se fossero davvero responsabili, dovrebbero porsi il problema di mantenere saldo l’ancoraggio della sovranità ai loro elettori. Oggi non lo fanno. E le conseguenze si toccano con mano.
Di tutto questo parliamo stasera, in diretta su Etv, a partire dalle 23. Ospite in studio Edmondo Rho, inviato di Panorama.

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