L’architetto Albano: «Spazi da ripensare, ci aspetta una rivoluzione culturale»

Como in quarantena (coronavirus), strade e piazze deserte, piazza Cavour

«Lo spazio costruito nasce per rispondere alle esigenze dell’uomo. Con e dopo il Covid-19 la narrazione degli spazi pubblici sarà reinterpretata non in una formula provvisoria, sarebbe un errore solo pensarlo, ma con una evoluzione progettuale».
Ne è convinto l’architetto comasco Paolo Albano, autore delle sculture e dei totem che ricordano l’azienda Rivarossi di Sagnino ma anche di numerosi arredamenti per luoghi di aggregazione.
«In questi giorni studio soluzioni per rendere i luoghi flessibili alle nuove aspettative, sapendo che oltre al rispetto delle prossime prescrizioni ci affideremo alle nostre capacità professionali e sensibilità per ottenere risposte adeguate», dice.
Una sfida è il divieto di assembramento in atto che rimarrà probabilmente a lungo: comporterà una riduzione delle capienze per la maggior parte delle attività come bar e ristoranti, che nascono con una ben precisa distribuzione dei posti.
«Bisognerà – dice Albano – accompagnare la percezione visiva delle persone all’interno di questi spazi permettendo loro di avere una sensazione di serenità. È una sfida per chi progetta che sarà chiamato a inventare nuove modalità di delimitazione degli spazi relazionali. Non dimentichiamo che la bellezza in architettura è un forte stimolo al benessere».
Empatia degli spazi, per riprendere un’espressione di Harry Francis Mallgrave, pioniere degli studi sull’applicazione delle neuroscienze alla teoria architettonica. «Alla fine della pandemia, quando torneremo a muoverci liberamente – dice Albano – auspico una sorta di rinascimento nell’allestimento degli spazi pubblici di aggregazione, con colori caldi e più accesi e soluzioni estetiche avvolgenti e accoglienti. Intanto però dobbiamo abituarci all’idea di protocolli sanitari che imporranno logiche come la distanza sociale. La capienza sarà insomma ridotta, stimo del 30-40%, e questo comporterà scelte in merito alla distribuzione degli arredi e alla capacità di un ambiente di essere comunque accogliente e confortevole e non freddo e “distante” dalle persone che dovrà ospitare. Siamo cioè di fronte a una rivoluzione culturale».
Che comporterà anche un danno economico per chi avrà di fronte una scelta obbligata: meno spazio uguale meno clienti e meno coperti, quindi o maggior ricarico sui menu o minori introiti. «Oppure per molti – aggiunge Albano – la scelta sarà destinare parte dell’attività al cibo da asporto o da far pervenire alla clientela tramite i servizi che oggi vanno per la maggiore in tempo di epidemia. Ma di fatto sarà tempo di nuove scelte anche per i clienti che potranno premiare quei locali che avranno saputo adeguarsi alla logica dei tempi. Per l’eccellenza c’è sempre spazio, e auspico che potremo avere ancora locali dove concederci il piacere della convivialità, sia pure con tutte le garanzie di sicurezza del caso. Occorreranno però regole chiare, non c’è dubbio».

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