L’area Ticosa torna nelle mani del Comune. Ora si pensa a completare la bonifica
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L’area Ticosa torna nelle mani del Comune. Ora si pensa a completare la bonifica

La lancetta della storia di Como torna indietro di 36 anni. Ai giorni in cui Palazzo Cernezzi decise di comprare la tintostamperia Ticosa nel tentativo – disperato – di salvare la fabbrica simbolo dell’industriale tessile lariana.
Lunedì sera, il consiglio comunale, con i voti della sola maggioranza (17) cui si è unito l’ex assessore Bruno Magatti, ha dato via libera alla proposta di accordo con Multi. Una transazione che permette al capoluogo sia di porre fine a un lunghissimo e incerto contenzioso legale sia di tornare in possesso dell’area di via Grandi.
In termini tecnici (ma anche politici) si può facilmente parlare di azzeramento.
Anche se in realtà molte cose sono cambiate. A partire dall’abbattimento dei vecchi corpi di fabbrica. Un’operazione che nel 2007 fu accolta con i fuochi d’artificio e che oggi appare sotto una luce totalmente diversa.
Il progetto del nuovo quartiere che avrebbe dovuto modificare radicalmente il volto della città è naufragato. Sotto i colpi di una crisi inattesa quanto devastante.
Nel momento in cui il mercato immobiliare ha svoltato, la società che si era aggiudicata l’area non ha più ritenuto redditizio un investimento di così grandi proporzioni. La Ticosa è diventata terra di nessuno e molti si sono aggrappati alla speranza di rivedere nella spianata ai piedi del cimitero l’asfalto e i parcometri del grande parcheggio di scambio.
Già la precedente amministrazione di centrosinistra aveva avviato la pratica di intesa con Multi per uscire più o meno indenni dal contenzioso aperto davanti al Consiglio di Stato.
Quella di lunedì è stata quindi una sorta di logica conclusione della vicenda. Che pure non è piaciuta a quasi tutta l’opposizione.
I consiglieri di Svolta Civica e del Partito Democratico, al momento del voto, sono usciti dall’aula. Prima, il capogruppo Dem Stefano Fanetti aveva accusato la giunta di aver chiesto al consiglio un «atto di fede» impossibile. Nel suo intervento, l’ex candidato sindaco Maurizio Traglio aveva invece sottolineato la lacunosità della documentazione allegata alla delibera e utilizzato la metafora della «roulette russa». Per Traglio, insomma, la scelta sarebbe stata un azzardo che si sarebbe potuto evitare approfondendo le questioni e dando più tempo al consiglio comunale per discutere.
I toni più duri sono stati certamente quelli utilizzati da un altro ex candidato sindaco, Alessandro Rapinese, il quale ha evocato l’intervento dei giudici contabili a proposito dell’esito della transazione con Multi. A parere di Rapinese, infatti, i 450mila euro di cauzione che il Comune potrà definitivamente incassare potrebbero non essere sufficienti a compensare tutto ciò che era previsto in origine e non è mai stato realizzato. «È un atto irresponsabile – ha detto Rapinese – La verità è che Multi scappa e che questa amministrazione accetta supinamente una sua proposta».
L’unica voce favorevole all’intesa salita dai banchi dell’opposizione è stata, come detto, quella di Bruno Magatti che durante il governo del centrosinistra si era occupato direttamente della bonifica, avendo la titolarità dell’Ambiente.
«Spero che adesso possa aprirsi un dialogo positivo per riprogettare l’area – ha spiegato l’ex assessore all’Ambiente di Como – Ho seguito da vicino tutta la vicenda. Occorre trovare i 2 milioni di euro che servono per completare la bonifica. Un errore commesso in passato è stato di abbattere il corpo a C che oggi si sarebbe magari potuto riconvertire in qualcosa di diverso. Per noi, ora, è un dovere civico ricominciare a ragionare sul futuro».

24 Luglio 2018

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Dario Campione

Dario Campione dcampione@corrierecomo.it


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